Londra: il grattacielo che non fa primavera
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraIl “canarino” di East London è tornato a volare, e così anche il Regno Unito, dopo la Brexit e le sue conseguenze anche sul settore bancario? La settimana scorsa, JPMorgan Chase ha annunciato la costruzione di una nuova, maestosa torre nel secondo quartiere finanziario della capitale britannica dopo la City, ossia Canary Wharf, stimando un contributo di 10 miliardi di sterline all’economia locale nel giro di sei anni. La comunicazione è guardacaso arrivata un giorno dopo che la ministra delle Finanze britannica, Rachel Reeves, aveva risparmiato alle banche aumenti fiscali, temuti nell’ultima legge di bilancio di fine novembre.
I numeri della nuova sede
La nuova sede del gigante di Wall Street, che richiede cinq…
Il “canarino” di East London è tornato a volare, e così anche il Regno Unito, dopo la Brexit e le sue conseguenze anche sul settore bancario? La settimana scorsa, JPMorgan Chase ha annunciato la costruzione di una nuova, maestosa torre nel secondo quartiere finanziario della capitale britannica dopo la City, ossia Canary Wharf, stimando un contributo di 10 miliardi di sterline all’economia locale nel giro di sei anni. La comunicazione è guardacaso arrivata un giorno dopo che la ministra delle Finanze britannica, Rachel Reeves, aveva risparmiato alle banche aumenti fiscali, temuti nell’ultima legge di bilancio di fine novembre.
I numeri della nuova sede
La nuova sede del gigante di Wall Street, che richiede cinque giorni a settimana in ufficio, avrà un’estensione di 279mila metri quadrati, più del doppio dell’edificio più alto del Regno Unito, lo Shard di Renzo Piano, superando di gran lunga anche la Commerzbank Tower nella tedesca Francoforte (120mila metri quadrati). La torre verrà progettata da Norman Foster (come già per la sede di New York), costerà un indefinito numero di miliardi, dovrebbe essere pronta entro sei anni, ospiterà fino a 12mila dipendenti JPMorgan e sarà il più grande ufficio della banca in Europa, Medio Oriente e Africa.
La capitale non è più la locomotiva uk
L’amministratore delegato Jamie Dimon ha sottolineato alla Bbc che «la priorità del governo britannico di Keir Starmer per la crescita economica» - e ovviamente la smentita di nuove tasse per i giganti bancari - «è stata un fattore critico nella decisione». Di certo, si tratta di una significativa vittoria post-Brexit per il settore finanziario londinese, che ha perso parte del suo appeal da quando il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea dopo il referendum del 2016. Del resto, varie entità finanziarie globali hanno trasferito migliaia di ruoli in paesi dell’Ue per mantenere l’accesso diretto ai clienti europei.
Ma è anche una vittoria per Canary Wharf. Appena due anni fa, dopo il Covid e la pandemia, c’era una pesante aria di decadenza tra i grattacieli alla periferia orientale di Londra. Hsbc aveva deciso di tornare nella centrale City, i canoni di locazione e il valore degli edifici calavano, e il Canary Wharf Group, proprietario dell’area insieme al fondo sovrano del Qatar e all’investitore immobiliare canadese Brookfield, faticava a convincere residenti e aziende a restare.
Cosa è cambiato
Ma di recente, come nota il Times, è cambiato tutto. Revolut vi ha stabilito la nuova sede globale, sono poi arrivate la banca digitale Zopa, la spagnola Bbva, e persino Hsbc è tornata a chiedere locali. Perché nella City e nel West End gli spazi disponibili sono sempre di meno, e i prezzi alle stelle. Non solo. Anche Goldman Sachs ha annunciato l’intenzione di raddoppiare la capacità della propria sede a Birmingham, investendo miliardi di sterline in infrastrutture digitali e intelligenza artificiale. Goldman gestisce pure un ufficio al 25 Shoe Lane nella City di Londra, la sede più grande della banca in Europa e quartier generale di Goldman Sachs International.
La fragilità di Londra
Ma, in questa “rinascita”, c’è anche un lato oscuro. Lo stesso presidente e ceo di Goldman Sachs, David Solomon, qualche settimana fa in un podcast di Sky Uk, ha sottolineato come il ruolo di Londra come hub finanziario globale sia comunque diventato “fragile” dopo la Brexit. Il colosso bancario, nonostante gli ultimi investimenti e 6mila persone impiegate nel Regno Unito, sta comunque ampliando le proprie operazioni in Ue a scapito della capitale britannica: «Londra continua a essere un importante centro finanziario», ha rimarcato Solomon, «ma causa della Brexit e dell’evoluzione del mondo, il talento che una volta era più concentrato qui ora è più mobile. Noi, come azienda, abbiamo molte più persone nel continente. Dieci anni fa avevamo probabilmente 80 persone a Parigi. Ora ne abbiamo 400…».
Anche per Rob Rooney, fino al 2023 massimo dirigente di Morgan Stanley a Londra, l’impatto della Brexit sulla City di Londra è chiaro: «Francoforte, Madrid, Milano e Parigi stanno tutte andando meglio di prima. Ciò è avvenuto a spese di Londra. Non c’è alcun dubbio», dice al Guardian. Rooney ha guidato il trasferimento da parte della banca d’investimento statunitense di centinaia di dipendenti e miliardi di sterline di asset verso Francoforte per aggirare le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Oltre 440 altre società della City hanno seguito l’esempio, nota il quotidiano, spostando complessivamente quasi mille miliardi di sterline – circa il 10% dell’intero sistema bancario britannico – verso hub finanziari nell’Unione europea.
Le colpe della Brexit
Oramai anche il governo Starmer incolpa apertamente la Brexit tra le cause dell’anemia economica britannica e così anche il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey: «Il Regno Unito deve minimizzare gli effetti negativi dell’uscita dall’Ue, che ha pesato sull’economia britannica». Le stime vanno da un 4% all’8% di Pil entro il 2035. La crescita della produttività ha deluso in tutto l’Occidente dalla crisi finanziaria del 2008, continua il Guardian. Ma il Regno Unito «ha registrato una performance significativamente peggiore rispetto a molti pari per produzione per ora lavorata – una variabile essenziale per la crescita economica, i salari e il tenore di vita.
Dalla fine del periodo di transizione dell’Ue alla fine del 2020, le esportazioni britanniche sono rimaste significativamente indietro rispetto alla media del G7. Automobili, chimica, farmaceutica e alimentare hanno registrato cali». Le esportazioni di servizi, invece, sono andate molto bene. Eppure, secondo il Guardian, il settore finanziario è stato colpito dalla perdita dell’accesso facilitato ai clienti dell’Ue da parte delle società della City: «Dal 2016, il Regno Unito ha perso quote di mercato a favore di Paesi Bassi, Irlanda, Spagna e Italia. Secondo l’analisi del governo, la quota britannica del mercato globale è scesa al 15%, dal 21% del 2010.
La storia è simile per il cuore pulsante della finanza: Londra. Nonostante livelli di produttività molto superiori alla media nazionale – che contribuiscono alla forte disuguaglianza regionale del Regno Unito – la capacità della capitale di incrementare ulteriormente la propria produttività si è praticamente arrestata».