Il board è composto da dodici membri. E per la prima volta dal 2019, ben tre funzionari hanno votato contro la decisione finale, con dissensi di segno opposto. Nove di loro si sono detti d’accordo sul taglio dei tassi dello 0,25%, portando il costo del denaro tra il 3,5% e il 3,75%. Due, invece, hanno preso una posizione da falchi, in linea con la visione del governatori delle Fed locali, di solito molto più restii alla riduzione dei tassi.
Austan Goolsbee della Fed di Chicago e Jeffrey Schmid della Fed di Kansas City hanno messo nero su bianco che non si sarebbe dovuto tagliare nulla, ma mantenere i livelli precedenti. Anche perché già nelle ultime due riunioni, il comitato aveva avallato due riduzioni, entrambe sempre dello 0,25%. Chi poi avrebbe voluto un alleggerimento maggiore è l’ideologo dell’economia trumpiana, Stephen Miran, entrato da poco nel board su indicazione del presidente, e favorevole a una sforbiciata dello 0,5%. Ma quel che più denota la divisione all’interno del…
Il board è composto da dodici membri. E per la prima volta dal 2019, ben tre funzionari hanno votato contro la decisione finale, con dissensi di segno opposto. Nove di loro si sono detti d’accordo sul taglio dei tassi dello 0,25%, portando il costo del denaro tra il 3,5% e il 3,75%. Due, invece, hanno preso una posizione da falchi, in linea con la visione del governatori delle Fed locali, di solito molto più restii alla riduzione dei tassi.
Austan Goolsbee della Fed di Chicago e Jeffrey Schmid della Fed di Kansas City hanno messo nero su bianco che non si sarebbe dovuto tagliare nulla, ma mantenere i livelli precedenti. Anche perché già nelle ultime due riunioni, il comitato aveva avallato due riduzioni, entrambe sempre dello 0,25%. Chi poi avrebbe voluto un alleggerimento maggiore è l’ideologo dell’economia trumpiana, Stephen Miran, entrato da poco nel board su indicazione del presidente, e favorevole a una sforbiciata dello 0,5%. Ma quel che più denota la divisione all’interno della Fed sono le attese per il futuro.
La missione della Fed è tenere a bada l’inflazione con un obiettivo implicito al 2% e favorire il mercato del lavoro. Due obiettivi che richiedono scelte diverse. Perché per favorire la discesa dei prezzi al consumo, che a fine settembre erano al 2,8%, servirebbe un inasprimento dei tassi, mentre per favorire la piena occupazione servirebbe una politica espansiva.
Sul primo punto, le ultime proiezioni della Fed pubblicate contestualmente al taglio dei tassi mostrano che l’inflazione scenderà al 2,4% entro la fine del prossimo anno, contro una stima del 2,6% di settembre. Il raffreddamento dei prezzi, quindi, procede, ma sempre lentamente senza arrivare al target del 2%. In più, secondo alcuni economisti, non si sono ancora visti gli effetti dei dazi, che dovrebbero portare a un inasprimento dei costi. Su questi dati, i falchi sostengono che i segnali di un aumento dell’inflazione nel settore dei servizi, che domina la produzione economica statunitense, lasciano pochi margini per ridurre i costi di finanziamento. E aggiungono che la disoccupazione salita a settembre al 4,4%, nonostante il terzo rialzo consecutivo da giugno quando era al 4,1%, è tuttavia ai minimi storici.
Eppure, gli stessi dati non convincono le colombe che vedono un’economia statunitense imbrigliata e non più capace di creare posti di lavoro a un ritmo sufficientemente rapido. Questa divergenza è riemersa nelle proiezioni: quelle mediane indicano un taglio dei tassi nel 2026 e un altro nel 2027. Ma questo risultato è frutto di una spaccatura che ha visto sette funzionari favorevoli a mantenere i tassi invariati per tutto il 2026 e altri otto pronti a sostenere almeno due tagli. È in questo clima che a maggio arriverà il nuovo presidente della Fed voluto da Trump.
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