ROMA - Il senso dell’urgenza è tutto nella videochiamata di gruppo che Giorgia Meloni fa partire a metà pomeriggio. Ai suoi vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (collegato dalla sua Cazzago Brabbia), la premier consegna un messaggio intriso di realismo. Recita grosso modo così: la manovra non può incagliarsi in Senato.
Lo stallo è già nei fatti: neppure un voto in commissione Bilancio. Ma la situazione rischia di precipitare. Il pericolo non è l’esercizio provvisorio, che scatterebbe a fine anno senza il via libera delle Camere, ma l’immagine di un governo che si è incartato. Una falla nel percorso netto immaginato nelle scorse settimane, quando la traccia delle correzioni contenute, in numero e in spesa, era stata trasmessa alla maggioranza con toni perentori. Ecco perché il titolare del Tesoro ribadisce il concetto durante il vertice: giù le mani dai saldi invariati.
ROMA - Il senso dell’urgenza è tutto nella videochiamata di gruppo che Giorgia Meloni fa partire a metà pomeriggio. Ai suoi vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (collegato dalla sua Cazzago Brabbia), la premier consegna un messaggio intriso di realismo. Recita grosso modo così: la manovra non può incagliarsi in Senato.
Lo stallo è già nei fatti: neppure un voto in commissione Bilancio. Ma la situazione rischia di precipitare. Il pericolo non è l’esercizio provvisorio, che scatterebbe a fine anno senza il via libera delle Camere, ma l’immagine di un governo che si è incartato. Una falla nel percorso netto immaginato nelle scorse settimane, quando la traccia delle correzioni contenute, in numero e in spesa, era stata trasmessa alla maggioranza con toni perentori. Ecco perché il titolare del Tesoro ribadisce il concetto durante il vertice: giù le mani dai saldi invariati.
Nelle ultime ore, però, il quadro in Parlamento si è complicato. E la protesta delle opposizioni si è fatta più dura. «Ritardi indecenti, da bullismo istituzionale», denuncia il Pd. Anche per questo, la discussione tra i leader vira subito sulla necessità di trovare una soluzione urgente alle questioni ancora aperte. Una su tutte: i crediti d’imposta per le imprese che investono nella Zes, la zona economica speciale che il centrodestra ha allargato e potenziato. È il bollino dell’impegno per il Sud, ma anche il collante dei buoni rapporti con Confindustria, a cui l’esecutivo ha promesso anche l’estensione dell’iperammortamento. Ma qualcosa è andato storto. E nell’idea dei partecipanti alla riunione, la Finanziaria deve diventare il veicolo del risarcimento. Il perché è presto detto. Sul tavolo ci sono i numeri appena elaborati dall’Agenzia delle Entrate: l’agevolazione per gli investimenti realizzati quest’anno si fermerà al 60,3%, una percentuale decisamente inferiore rispetto alle aspettative dei beneficiari.
Ma il danno è fatto. Tante, troppe richieste rispetto al limite di spesa previsto dalla scorsa legge di bilancio. E ora il tema diventa come ovviare a un monitoraggio che si è rivelato sballato. Un primo giro individua alcune soluzioni, ma lo schema è ancora acerbo. Se ne occuperà, nella notte, il Mef. Andrà avanti il lavoro impostato da una riunione parallela a cui hanno partecipato i funzionari della Ragioneria e quelli dell’ufficio legislativo del ministero. L’obiettivo è arrivare a stamattina con un pacchetto di modifiche in stato avanzato in modo da consentire l’avvio del voto nel pomeriggio, dopo i bilaterali con i gruppi.
In attesa della riformulazione dell’emendamento sull’oro di Bankitalia che, come anticipato da Repubblica, aggancerà la detenzione e la gestione delle riserve di via Nazionale al trattato di funzionamento della Ue, specificando che appartengono al popolo italiano, l’incognita è il tetto al contante.
Dal palco di Atreju, Salvini ha rilanciato l’idea di elevare la soglia: «Se uno vuole pagare in contanti - ha detto - deve poter usare i suoi soldi come cavolo vuole». Ma la discussione dentro la maggioranza è sull’imposta di bollo da 500 euro per i pagamenti tra 5mila e 10mila euro: i leghisti non la vogliono, Fratelli d’Italia sì. In ogni caso, il via libera raddoppierebbe il tetto, portandolo appunto a 10mila euro. Nessun dietrofront sui tagli alla Rai: 30 milioni in meno in tre anni. Mentre sui fondi all’editoria va in scena l’assalto di Lega e FdI che spingono per far rientrare il definanziamento da 20 milioni alle tv locali: i soldi andrebbero alle televendite.
Un’altra discussione riguarda i fondi che il Pd vuole destinare all’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. I soldi arriveranno dalla parte del “tesoretto” destinata ai dem, ma si lavora ancora all’espressione utilizzata nell’emendamento per intercettare la giusta sensibilità. Ecco la manovra incagliata.