ROMA – Andrea Riffeser Monti, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali. In legge di Bilancio, prende corpo un emendamento che sottrae risorse al vostro settore per dirottarle verso le tv locali. E’ preoccupato?
“Lo sono. Come Federazione, sosteniamo da mesi che i 60 milioni stanziati dalla manovra non sono assolutamente sufficienti. I fondi degli anni passati, figli delle iniziative di governi precedenti, erano ben più copiosi e ci hanno permesso di remunerare tutta la filiera”.
Per filiera, intende le edicole e i distributori?
“Esattamente. Ora, invece, sembra che questo governo non capisca o non voglia capire le necessità del nostro settore che pure vive una così difficile transizione”.
La premier ha scritto una lettera molto apprezzata in occasione del compleanno del quotidiano Domani. A quelle parole non sono seguiti sostegni concreti
Governo e maggioranza dicono spesso di avere a cuore il tema del pluralismo.
“Tutti si riempiono la bocca di dichiarazioni in favore della libertà di stampa, riconoscendo che i giornali dettano ancora l'agenda politica. Tuttavia, noi non vediamo concretamente riconosciuto il valore delle testate certificate: quelle con un direttore responsabile, dove i giornalisti rispondono di ciò che scrivono. Il potere politico ci difende a parole, magari durante gli anniversari, ma poi non produce fatti”.
Si riferisce anche alla premier Meloni?
“Ha scritto una lettera molto apprezzata in occasione del quinto compleanno del quotidiano Domani, difendendo proprio la libertà di stampa. A quelle parole non sono seguiti sostegni concreti”.
Che cosa chiedete esattamente al governo per uscire da questa situazione di precarietà?
“Una programmazione seria. Non possiamo vivere di spizzichi e bocconi, anno per anno. Serve una nuova legge sull'editoria, simile alla 416 del 1981; e serve un referente preciso che traghetti il settore verso il futuro con un orizzonte di marcia quinquennale”.
L'80% delle notizie nasce proprio dal lavoro dei giornalisti e dei collaboratori delle testate cartacee e dei siti sul territorio, non da certe televisioni”
Il lavoro dei giornalisti resta rilevante, sul piano civile?
“L'editoria è un settore fondamentale per la democrazia: l'80% delle notizie nasce proprio dal lavoro dei giornalisti e dei collaboratori delle testate cartacee e dei siti sul territorio, non da certe televisioni”.
Avete notato differenze di sensibilità all'interno della maggioranza, magari tra Forza Italia e gli altri partiti?
“Per noi il governo è uno. Se una parte non riesce a far capire le necessità agli altri, il problema resta. La Federazione conta 100 editori che pubblicano testate di ogni orientamento”.
Lei ha parlato di un rischio "blackout". È un'espressione molto forte.
“Se i politici non ci considerano una fonte primaria da sostenere, non possono poi chiederci di coprire tutte le loro attività. Se non troveremo le risorse, ridurremo gli spazi, taglieremo le foliazioni e la cronaca sarà limitata. Se vogliono le interviste senza sostenere il settore, allora vadano sui social”.
I giganti di Internet vivono in un regime che somiglia a un monopolio. Alcuni Paesi li stanno arginando. L’Italia, distratta, molto meno
Sui social, lei dice: laddove imperversano le fake news, potenziate anche dall’intelligenza artificiale.
“Se la politica preferisce la modernità dei social rispetto a testate che hanno centinaia di anni di storia, che vadano lì. I social però corrono veloci e non sono certo il luogo dell’approfondimento. Veicolano spesso informazioni superficiali, imprecise, se non completamente false”.
Paradossalmente, i giganti di Internet – che pure veicolano un’informazione spesso inquinata – fanno il pieno di pubblicità.
“Vivono e crescono in una regime che, se non è di monopolio, gli somiglia molto. Alcuni Paesi stanno creando un argine al loro strapotere, con multe e norme più stringenti. L’Italia, distratta, lo fa molto meno”.