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Caldaie, stop a obbligo di revisione a casa: controllo a distanza ogni 4 anni. I dubbi degli addetti

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Una bozza di decreto del ministero dell’Ambiente elimina le ispezioni degli impianti a tecnici specializzati, puntando sulla digitalizzazione. L’ipotesi non convince medici, professionisti e consumatori. La precisazione del Mase
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Addio ai controlli delle caldaie obbligatori? La possibilità è concreta: la deregulation è un’opzione che il governo sta prendendo in seria considerazione. Il ministero dell’Ambiente sta infatti lavorando a un decreto che potrebbe mettere fine a un sistema in vigore da anni: al momento il provvedimento è in fase di bozza, ma ciò che prevede è già piuttosto chiaro e riguarderebbe le caldaie sotto i 70 kilowatt, quindi la totalità o quasi degli impianti domestici.

L’idea è quella di eliminare le ispezioni in casa, abrogando il Dpr 74/2013 che le aveva introdotte, sostituendo i controlli effettuati dal tecnico specializzato con verifiche documentali a distanza. E le regole dovranno essere uguali in tutto il Paese mentre oggi i controlli di ef…

Addio ai controlli delle caldaie obbligatori? La possibilità è concreta: la deregulation è un’opzione che il governo sta prendendo in seria considerazione. Il ministero dell’Ambiente sta infatti lavorando a un decreto che potrebbe mettere fine a un sistema in vigore da anni: al momento il provvedimento è in fase di bozza, ma ciò che prevede è già piuttosto chiaro e riguarderebbe le caldaie sotto i 70 kilowatt, quindi la totalità o quasi degli impianti domestici.

L’idea è quella di eliminare le ispezioni in casa, abrogando il Dpr 74/2013 che le aveva introdotte, sostituendo i controlli effettuati dal tecnico specializzato con verifiche documentali a distanza. E le regole dovranno essere uguali in tutto il Paese mentre oggi i controlli di efficienza energetica sono ogni due anni, ma con la possibilità per le regioni di fissare limiti più restrittivi: lo schema del decreto in lavorazione prevede uno standard di un controllo ogni quattro anni. E se è vero che le regioni potranno ancora stabilire una maggiore frequenza, dovranno farlo solo dietro solide motivazioni.

Balzello o no?

La proposta non piace a medici, addetti ai lavori e consumatori. “In un solo colpo si fa un danno alla sicurezza, al portafoglio delle famiglie e all’ambiente - dice il vice presidente di Federconsumatori, Fabrizio Ghidini - e tutto questo per lisciare il pelo agli elettori, togliendo loro un ‘balzello’ con un intervento controproducente”.

La questione economica è in effetti rilevante. A oggi, infatti, i cittadini devono pagare ogni due anni tra i 50 e i 150 euro, a seconda del tipo di intervento (se una semplice manutenzione ordinaria o se c’è anche la verifica dell’efficienza energetica) e a una lettura superficiale, il decreto del governo potrebbe sembrare favorevole ai consumatori. “Ma non è così - continua Ghidini - perché una manutenzione ordinaria ben fatta consente anche di consumare meno gas, e quindi di avere bollette meno pesanti”.

“Nessuno nega che alcune famiglie possano avere difficoltà a pagare queste cifre ogni uno-due anni, ma anziché eliminare le ispezioni si potrebbero mettere in campo delle iniziative che vengano incontro ai nuclei meno abbienti, con delle convenzioni che prevedano interventi a costi calmierati: la logica esattamente opposta a quella che si sta seguendo”, continua il vicepresidente di Federconsumatori.

Il tema della sicurezza

Nel dibattito sono intervenute anche Confartigianato, Cna e Casartigiani, ricordando che “la corretta manutenzione delle caldaie riduce il rischio di incidenti, di intossicazioni da monossido di carbonio e di malfunzionamenti; garantisce un funzionamento efficiente, con minori consumi energetici e maggiore economicità di gestione”. Secondo le associazioni “indebolire il sistema dei controlli significa abbassare il livello di sicurezza degli edifici, trasferendo i rischi sui cittadini e sulle comunità locali”.

Un danno ambientale

C’è poi l’altro filone, certo non secondario: una caldaia ben manutenuta produce meno emissioni inquinanti, “in particolare meno polveri sottili PM10, che continuano purtroppo a rappresentare una delle principali criticità ambientali e sanitarie nel nostro Paese”, dicono ancora le tre associazioni artigiane. E un danno all’ambiente, come è ormai piuttosto chiaro, produce un danno a tutti: “Ridurre i controlli sugli impianti, molti dei quali obsoleti e poco efficienti, significa accettare un aumento delle emissioni inquinanti e dell'esposizione della popolazione a sostanze nocive con conseguenze dirette sulla salute, in particolare per bambini, anziani e persone con patologie respiratorie e cardiovascolari” sostiene l’Isde, l’associazione Medici per l’ambiente.

A distanza: si può fare?

Il principio del decreto è che, grazie alla digitalizzazione, non siano necessari controlli continui nelle case ma basti tenere d’occhio e aggiornare il catasto degli impianti, un registro informatico pubblico in cui vengono censiti tutti gli impianti di riscaldamento e climatizzazione degli edifici. In questo modo però, sostengono le associazioni artigiane, i controlli “si riducono a mere verifiche documentali”.

Ghidini di Federconsumatori la spiega così: “Quando un tecnico ispeziona una caldaia esegue delle operazioni molto concrete, ad esempio pulisce il bruciatore, lo scambiatore, controlla la pressione dell’impianto: insomma c’è un protocollo preciso. Come si pensa di sostituire queste attività manuali con un controllo documentale?”.

Controlli impossibili

Il sistema di verifica delle caldaie è già oggi un colabrodo. E se venisse approvato il nuovo decreto la situazione peggiorerebbe, secondo il segretario regionale della Cna Veneto Matteo Ribon: “Tutte le caldaie vecchie e inefficienti, che in Italia sono moltissime, non sono inserite nel catasto nazionale: sono impianti non più a norma e che non risultano a nessuno, gestiti da cittadini che probabilmente neanche le fanno ispezionare. Diversi anni fa le Province avevano il compito di effettuare controlli a campione ma, dopo lo svuotamento di questi enti, nessuno se ne occupa più”.

Diverso - ma non troppo - è il discorso per quelle di recente installazione. “Queste sono tutte catalogate, ma non è detto che siano tracciate: perché sia possibile il controllo a distanza è necessario che siano dotate di un chip – continua Ribon, che insiste su quello che, a suo parere, è il vero nodo della questione – Il chip lo può installare un manutentore, ma solo se questo viene chiamato dal cliente. A oggi nessuno ha l’autorità per entrare nelle case per controllare una caldaia: o si dota un ente di questa responsabilità, altrimenti ci sarà sempre un numero imprecisato di impianti di cui non sapremo nulla, che siano vecchi o nuovi”.

La precisazione del Mase

Lo schema di Dpr che disciplina controlli e ispezioni sugli impianti termici degli edifici non prevederà alcun passo indietro sulla sicurezza, né sugli obiettivi di efficienza energetica. Il testo su cui sono emerse in questi giorni perplessità a mezzo stampa da parte di alcune realtà associative è solo una bozza e non una versione definitiva, che il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica sta redigendo e che dovrà in ogni caso acquisire il parere della Conferenza Unificata e del Consiglio di Stato.

Il nuovo DPR deve tenere conto degli obiettivi fissati dal decreto legislativo che recepisce la direttiva comunitaria, tra cui ottimizzare il rapporto costi-benefici per la collettività e semplificare l’attività di ispezione. Va sottolineata in questo senso la sostanziale differenza tra il controllo di efficienza energetica, adempimento periodico obbligatorio a cura di un tecnico certificato, e l’ispezione o accertamento, che avvengono “a campione” da parte delle autorità preposte.

Rispetto ad oggi, il nuovo decreto incrementa la frequenza dei controlli da quattro a due anni per gli impianti a gas di potenza tra i 70 e 100 kilowatt, innalzando da dieci e venti kilowatt la soglia minima del controllo e lasciando immutata quella per gli impianti a gas di potenza da 20 a 70 kilowatt, ossia quattro anni. Sarebbe mantenuta la frequenza originaria anche per gli impianti alimentati a combustibili solidi. Le attività di controllo obbligatorie verrebbero dunque rese più frequenti per gli impianti più diffusi e influenti dal punto di vista energetico ed emissivo.

Per quanto concerne le attività di accertamento e ispezione, in linea con i nuovi principi del decreto legislativo 192 del 2005 e con l’obiettivo di aumentarne l’efficacia, sono previsti controlli documentali, dunque accertamenti, per gli impianti tra i 20 e i 70 kilowatt, e controlli “in situ” per gli impianti di potenza superiore. Sono state previste inoltre ispezioni per verificare il rispetto dei periodi di accensione e delle temperature interne nell’esercizio degli edifici aperti al pubblico.

Le ispezioni si indirizzano dunque sugli impianti di maggiore potenza e rilevanza in termini di sistema, con accertamento documentale per quelli più piccoli. È lasciata in ogni caso a Regioni e Province autonome la possibilità di ampliare il campo delle potenze degli impianti su cui eseguire controlli e ispezioni. Le disposizioni proposte nello schema di Dpr stabiliscono dunque regole per il miglior rendimento energetico degli impianti termici, ossia il minor consumo di energia primaria, non intervenendo sulla disciplina della sicurezza degli impianti, indirizzando puntualmente l’azione dove occorre raggiungere il risultato ambientale. È quanto si legge in una nota del Mase.

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