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Manovra, resa dei conti Lega-Giorgetti. Telefonata al ministro: “Così usciamo dal governo”

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L’aut-aut del Carroccio nella notte in cui il governo è costretto a stralciare le norme sulle pensioni sgradite a via Bellerio. La regia di Salvini, i contatti tra il Mef e Palazzo Chigi per costruire l’exit strategy
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ROMA - Senato, piano ammezzato. Alle undici di sera, Massimiliano Romeo si infila negli uffici della commissione Bilancio. Il capogruppo della Lega chiama Giancarlo Giorgetti. Sbotta: “O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa”. Non a dormire. Fuori dal governo. È il momento di massima tensione tra i leghisti e il “loro” ministro dell’Economia.

Dietro l’aut-aut di Romeo c’è Matteo Salvini. È lui a guidare i suoi nell’assalto al titolare del Tesoro nella notte in cui la manovra viene stravolta per espellere dal testo le misure sulla previdenza che non sono andate giù al Carroccio.

Lo stralcio della stretta sul riscatto della laurea e sulle finestre mobili per l’uscita anticipata parte proprio dall’a…

ROMA - Senato, piano ammezzato. Alle undici di sera, Massimiliano Romeo si infila negli uffici della commissione Bilancio. Il capogruppo della Lega chiama Giancarlo Giorgetti. Sbotta: “O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa”. Non a dormire. Fuori dal governo. È il momento di massima tensione tra i leghisti e il “loro” ministro dell’Economia.

Dietro l’aut-aut di Romeo c’è Matteo Salvini. È lui a guidare i suoi nell’assalto al titolare del Tesoro nella notte in cui la manovra viene stravolta per espellere dal testo le misure sulla previdenza che non sono andate giù al Carroccio.

Lo stralcio della stretta sul riscatto della laurea e sulle finestre mobili per l’uscita anticipata parte proprio dall’arrembaggio di Romeo, che prima di chiamare Giorgetti si consulta proprio con Salvini. Ecco la sconfessione del ministro. Colpevole, per i compagni di partito, di “aver fatto un pasticcio”, come Claudio Borghi spiffera al collega senatore Giorgio Bergesio mentre Romeo è impegnato a discutere con il titolare del Tesoro.

Una telefonata nervosa. Fonti leghiste raccontano che il ministro ha provato a spiegare, ancora una volta, il senso delle misure. Grosso modo così: l’allungamento delle finestre si può modificare in qualsiasi momento, prima che entri in vigore. Ma la traccia delle clausole di salvaguardia, messe a punto al Mef per tenere in equilibrio il sistema previdenziale, non convince i “pasdaran” di via Bellerio. Romeo insiste. Tira in ballo i tecnici della Ragioneria, come ribadirà al mattino, confermando la telefonata anticipata da Repubblica: “Ho chiamato Giorgetti, anche lui sosteneva la tesi che fosse possibile utilizzare fondi alternativi, erano i tecnici del Mef che insistevano sulle pensioni”.

La chiamata al titolare del Tesoro si chiude dopo un paio di minuti. Il ministro si farà sentire in vivavoce, appena dopo, nella stanza in cui sono riuniti il sottosegretario all’Economia Federico Freni, e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. In collegamento c’è anche la Ragioniera Daria Perrotta. Parte da qui il contatto con Palazzo Chigi. Il terminale è Gaetano Caputi, il capo di gabinetto di Giorgia Meloni. La sintesi, invece, è affidata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

Il confronto dura un’ora. Si ragiona su come tirare fuori la manovra dalle secche in cui è precipitata dopo il niet della Lega alle misure sulla previdenza. L’unica soluzione è lo scorporo delle norme incriminate. Ma toglierle significa sottrarre una parte delle coperture che tengono in piedi il maxi-emendamento voluto dall’esecutivo per aiutare le imprese. Le risorse promesse alle aziende sono lì dentro: un risarcimento per i sostegni, dai crediti d’imposta per la Zes a Transizione 4.0, che si sono scoperti insufficienti rispetto alle richieste. Non solo. Il testo contiene anche 1 miliardo di misure in capo al Mit di Salvini, dal Piano casa alla mobilità, oltre alla rimodulazione dei fondi per il Ponte sullo Stretto.

L’exit strategy arriva sul filo di lana. Il calendario dei lavori della Camera, dove la Finanziaria traslocherà appena incassato l’ok di Palazzo Madama, segna il 30 dicembre come il giorno del via libera definitivo. A poche ore dall’onta dell’esercizio provvisorio. Ecco il frutto velenoso caduto dall’albero del governo.

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