L’amarezza di Giorgetti. “Metto toppe per gli altri, ma a tutto c’è un limite”
di Giuseppe Colombo , Lorenzo De CiccoROMA - Per carattere prendo le responsabilità di mettere toppe per altri… ma c’è un limite». Giancarlo Giorgetti non si dimetterà, ma vorrebbe tanto farlo in queste ore, costretto a sopportare le angherie dei suoi, si sente un leghista di una Lega che non c’è più.
Giorgia Meloni è inviperita, perché le bizze del Carroccio sulle pensioni hanno oscurato i risultati strappati al consiglio europeo su Kiev. Matteo Salvini intanto continua a mettersi di traverso su qualsiasi ritocco dell’età pensionabile. I tre, più Antonio Tajani, si ritrovano a Palazzo Chigi alle sette di sera per trovare una quadra sulla manovra. Meloni esordisce così: «Diamoci una calmata e torniamo a ragionare».
Per rammendare la legge di bilancio, viene scartata la via di un decreto da varare separatamente, al fotofinish. Per lo s…
ROMA - Per carattere prendo le responsabilità di mettere toppe per altri… ma c’è un limite». Giancarlo Giorgetti non si dimetterà, ma vorrebbe tanto farlo in queste ore, costretto a sopportare le angherie dei suoi, si sente un leghista di una Lega che non c’è più.
Giorgia Meloni è inviperita, perché le bizze del Carroccio sulle pensioni hanno oscurato i risultati strappati al consiglio europeo su Kiev. Matteo Salvini intanto continua a mettersi di traverso su qualsiasi ritocco dell’età pensionabile. I tre, più Antonio Tajani, si ritrovano a Palazzo Chigi alle sette di sera per trovare una quadra sulla manovra. Meloni esordisce così: «Diamoci una calmata e torniamo a ragionare».
Per rammendare la legge di bilancio, viene scartata la via di un decreto da varare separatamente, al fotofinish. Per lo stesso ministro dell’Economia sarebbe stato molto difficile riproporre le stesse misure a favore delle imprese affossate in commissione al Senato dai leghisti. Si procederà allora con l’ennesimo maxi-emendamento, gli uffici della Ragioneria lavoreranno tutta la notte. Perché solo se in commissione si chiude entro domenica, i senatori potranno salvare il cenone della vigilia, con la discussione generale lunedì e il voto martedì.
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Ma i parlamentari sono stati già allertati sulla possibilità di dover lavorare fino al 23 notte o al 24. In mezzo sarà necessario anche un Cdm lampo per approvare la nota di variazione al bilancio.
Il vertice di Palazzo Chigi è preceduto da una batteria di telefonate. Salvini chiama Giorgetti e gli dice in sostanza: non possono esserci norme che danneggiano la Lega. Il capo lumbard aveva promesso di cancellare la Fornero in campagna elettorale, pena finire spernacchiato. Dunque «di aumenti, anche minimi, non se ne parla». «Ho dodicimila fronti aperti con il Mef», si sfoga il segretario leghista in un capannello agli auguri al Quirinale (Giorgetti non c’era, è rimasto a lavorare al ministero).
È lì che Meloni, che ha già sentito al telefono il vice, lo avvisa insieme a Tajani: «Vediamoci dopo, dobbiamo parlare». Sguardo tetro. Altra telefonata pre-vertice: dopo gli attacchi dal suo partito, Giorgetti sente Meloni, che lo rassicura. «Hai tutto il mio sostegno, è una questione interna alla Lega». La premier fa uscire in agenzia il fidato Giovanbattista Fazzolari, che attacca l’opposizione, per difendere il titolare del Mef. Uno scudo.
Nel vertice si parte dalle pensioni, ovvio. In manovra è rimasto l’aumento dell’età, due minimi aggiustamenti a dire il vero: un mese in più di lavoro dal 2027, due mesi dal 2028. Ma anche qui Salvini fa le barricate nel chiuso di Chigi: «Toccate qualunque voce per le coperture, ma non le pensioni, anche un mese in più non va bene».
A Giorgetti resta l’amarezza. Doppia, perché gli attacchi dei colleghi di partito si concentrano su una proposta che era stata concertata. Nata nel Carroccio. La manovra è comunque in salvo, certo, ma certi attriti restano. E sul piano pratico, alcune tensioni hanno rischiato di azzoppare norme, come i crediti di imposta per la Zes e la transizione 4.0, che aiutano il comparto produttivo.
Anche Meloni è irritata. Ce l’ha con la falange salviniana andata all’assalto della manovra, all’ultima curva. In privato, riferiscono nella sua cerchia, si sfoga contro i fedelissimi del leader, da Claudio Borghi ad Armando Siri. «Sono a briglia sciolta». E ce l’ha un po’ anche con il loro capo, che non riuscirebbe a gestirli. Gli interessati, a taccuini chiusi, replicano: ma non potevamo tagliare la faccia agli elettori.
É Borghi il bersaglio preferito dei Fratelli, anche perché, riferiscono, ieri si è intestato pure la battaglia sull’oro di Bankitalia, che invece è una storica bandiera di FdI. Prima di una resa dei conti vera, dentro e fuori la Lega, tocca approvare la manovra. Siamo agli sgoccioli per evitare l’esercizio provvisorio. A sera, è Meloni in persona a chiamare Nicola Calandrini, il presidente della commissione Bilancio del Senato per annunciare il nuovo emendamento. Promette di sentire pure Ignazio La Russa, per assicurarsi che ci siano margini per chiudere la pratica entro Natale, visto che l’opposizione promette battaglia. Si rischiano vacanze di Natale tribolate.