ROMA - All’ultima curva, il governo sbanda. Smonta e rimonta ancora la manovra. A sera è il vertice di maggioranza convocato d’urgenza da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi a fissare la nuova exit strategy per rimediare all’ennesimo pasticcio. Stop al decreto per le imprese, l’appendice pensata poche ore prima come soluzione per superare il no della Lega alle misure sulle pensioni. Anche il Quirinale - spiegano fonti dell’esecutivo - non avrebbe apprezzato questa strada.
Tornerà tutto nella Finanziaria, con un nuovo maxi-emendamento atteso in commissione Bilancio al Senato. Dentro i crediti d’imposta per la Zona economica speciale (Zes) e Transizione 4.0, il fondo contro il caro-materiali nei cantieri e l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoa…
ROMA - All’ultima curva, il governo sbanda. Smonta e rimonta ancora la manovra. A sera è il vertice di maggioranza convocato d’urgenza da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi a fissare la nuova exit strategy per rimediare all’ennesimo pasticcio. Stop al decreto per le imprese, l’appendice pensata poche ore prima come soluzione per superare il no della Lega alle misure sulle pensioni. Anche il Quirinale - spiegano fonti dell’esecutivo - non avrebbe apprezzato questa strada.
Tornerà tutto nella Finanziaria, con un nuovo maxi-emendamento atteso in commissione Bilancio al Senato. Dentro i crediti d’imposta per la Zona economica speciale (Zes) e Transizione 4.0, il fondo contro il caro-materiali nei cantieri e l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti. Un “taglia e incolla” che il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, prova a ridimensionare al termine di una giornata convulsa a Palazzo Madama: «Non si tratta di aggiungere argomenti nuovi, ma - dice - di correggere le coperture di un testo che la commissione ha già visto e ha già subemendato».
Oro, affitti brevi, pacchi e 1500 euro agli studenti delle paritarie: le misure approvate in manovra
L’epilogo però è tutt’altro che indolore per la maggioranza. E ha a che fare proprio con le coperture. Lo schema messo a punto inizialmente dal Mef si reggeva anche sulle misure previdenziali: ora che i leghisti hanno imposto la cancellazione della stretta sul riscatto della laurea e le finestre mobili, il puzzle va ricomposto. L’anticipo fiscale chiesto inizialmente alle assicurazioni, poi congelato e ora resuscitato, vale 1,3 miliardi. Ma non bastano. Per questo arriveranno nuovi tagli ai ministeri, soprattutto al dicastero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Sarà lui, più di tutti, a pagare il conto dell’altolà imposto a Giancarlo Giorgetti.
È stato lui il regista a distanza dell’arrembaggio leghista andato in scena due notti fa al Senato, quando il capogruppo Massimiliano Romeo ha alzato il telefono per imporre un aut-aut al titolare del Tesoro. Un messaggio dritto: «O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa». Non a dormire. Fuori dal governo. È da lì che si è arrivati alla soluzione dello stralcio.
Ma ora è tutto da rifare. Si riparte dalla messa in fila delle nuove risorse che servono a tenere in piedi il reintegro delle misure per le imprese. Sarà la Ragioneria a confezionare l’equilibrio finale. Giorgia Meloni avrebbe chiesto di vedere il testo in anteprima. Determinata, la premier, a evitare un altro incidente in Parlamento. Già così, infatti, la manovra è chiamata a correre per incassare il via libera dell’aula entro Natale. Poi la corsa alla Camera per l’ok definitivo già calendarizzato il 30 dicembre.
Nel frattempo, i lavori della commissione Bilancio ripartono stamattina, con l’obiettivo di chiudere entro domenica.
Nuovi voti dopo gli ultimi che hanno blindato il bonus e l’esenzione Imu per le scuole paritarie, la proprietà dell’oro di Bankitalia e il taglio degli interessi sulle cartelle della rottamazione 5. Via libera anche alla tassa sui piccoli pacchi extra Ue e al nuovo regime fiscale per gli affitti brevi. Ma è già tempo di un nuovo scatto. Uno sprint che preoccupa, e non poco, gli addetti ai lavori. Visi tirati e concentrazione in calo per i funzionari che lavorano alle norme. In tanti, dentro la maggioranza, non nascondono i timori per una gestione dei lavori che si è fatta sempre più difficile. Anche per il pressing delle opposizioni. «È finita Atreju, ma il Paese reale è ancora lì e se ne dovrebbero occupare», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. «Giorgetti si dimetta», tuonano i 5 Stelle. Ecco la manovra attraversata dalle tensioni.