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Manovra, ultima giravolta. Poi arriva il via libera

(ansa)

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Frizioni sulla previdenza e sul tentativo di FdI di riesumare la sanatoria edilizia. Approvato il maxi-emendamento, la legge di bilancio va ora in aula al Senato per il voto. Il titolare del Mef: “Non mi dimetto”
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ROMA - L’ultima scossa è il condono edilizio. Quando la commissione bilancio del Senato è pronta a dare il via libera alla manovra, i senatori di Fratelli d’Italia tirano fuori l’emendamento sulla sanatoria. La sponda è di Palazzo Chigi, il muro delle opposizioni. Poi il dietrofront. E la Finanziaria è pronta per andare in aula. Ci arriverà domani, il voto martedì. Il sottosegretario all’Economia, Federico Freni, tira il fiato: «Alla fine ogni fiume arriva al mare, grazie a chi ha lavorato notte e giorno al Mef».

Ma prima di giungere al lieto fine, il governo deve correggere ancora il perimetro degli emendamenti e fare da argine alle spinte della maggioranza. Chiede di tutto, anche i soldi per le bonifiche in Friuli-Venezia Giulia.

L’ultima seduta si muove tr…

ROMA - L’ultima scossa è il condono edilizio. Quando la commissione bilancio del Senato è pronta a dare il via libera alla manovra, i senatori di Fratelli d’Italia tirano fuori l’emendamento sulla sanatoria. La sponda è di Palazzo Chigi, il muro delle opposizioni. Poi il dietrofront. E la Finanziaria è pronta per andare in aula. Ci arriverà domani, il voto martedì. Il sottosegretario all’Economia, Federico Freni, tira il fiato: «Alla fine ogni fiume arriva al mare, grazie a chi ha lavorato notte e giorno al Mef».

Ma prima di giungere al lieto fine, il governo deve correggere ancora il perimetro degli emendamenti e fare da argine alle spinte della maggioranza. Chiede di tutto, anche i soldi per le bonifiche in Friuli-Venezia Giulia.

L’ultima seduta si muove tra nuove tensioni e cicatrici di scontri appena consumati. Il ruolo di protagonista se lo prende Giancarlo Giorgetti, che a sorpresa si presenta a Palazzo Madama. Il senso del suo ragionamento? «Non mi dimetto». Così supera le accuse della Lega, il suo partito, e blinda il maxi-emendamento che instrada la Finanziaria verso l’assetto finale. Poi passa la palla ai senatori.

Nuova giravolta: niente decreto ad hoc, le risorse per le imprese ritornano nella legge di bilancio. Nel pacchetto ci sono i crediti d’imposta per Transizione 5.0 e la Zes, oltre ai fondi per il caro-materiali negli appalti. L’iperammortamento sarà triennale, ma senza maggiorazione per gli investimenti green. Pagano le assicurazioni: 1,3 miliardi con l’intervento sull’acconto dell’85% del contributo sui premi delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti. Tra i capitoli cari al vicepremier Matteo Salvini, il Piano casa c’è, ma perde fondi, mentre quelli per il Ponte sullo Stretto slittano: 780 milioni spalmati da qui al 2032-2033.

La scena della suspense riguarda le pensioni. Rispetto alla versione precedente, l’ultima modifica toglie dal tavolo i capitoli spinosi dell’allungamento delle finestre e della penalizzazione del riscatto della laurea. Ma non è un gioco a somma zero. Arriva il taglio ai fondi per alcuni anticipi pensionistici. Per i precoci, lavoratori con 12 mesi di contributi prima dei 19 anni d’età, si arriva a 190 milioni dal 2034. Per gli usuranti, il conto è di 40 milioni dal 2033 in avanti. «La verità è semplice: il governo ha ‘aggiustato’ la manovra colpendo le pensioni degli italiani», attacca Francesco Boccia, presidente dei senatori Pd.

L’esecutivo, poi, fa un’altra capriola: salta la possibilità di anticipare l’uscita cumulando gli importi raggiunti grazie alla previdenza complementare per centrare i requisiti minimi di assegno. Misura voluta dal governo Meloni non più tardi di una manovra fa: «Spiace, ma pare non interessasse a nessuno», dice Giorgetti. Ma subito il collega di partito, Claudio Borghi, rievoca il «tecnico zelante» che avrebbe voluto sventare «futuri oneri» per le casse pubbliche e assicura un prossimo ritorno sul tema.

Altre giravolte. Rientra in campo il silenzio-assenso dei neoassunti: il Tfr andrà ai fondi pensione a meno che non arrivi una rinuncia esplicita entro 60 giorni. Si allarga la platea delle aziende chiamate ad alimentare il fondo Inps che paga il trattamento di fine rapporto. Si vota. Ma poco prima il maxi-emendamento viene corretto ancora da FdI e Lega. I due alleati estendono ai contratti rinnovati nel 2024 la tassazione agevolata sugli incrementi retributivi. Di corsa, verso l’ultimo sprint. Disco verde ai fondi per l’editoria e ai tagli alla Rai. Passano anche le norme che riscrivono lo spoils system nelle Authority. Le ultime mini-richieste vengono neutralizzate con l’espediente dell’ordine del giorno: gli impegni sono rinviati a data da destinarsi.

Il bollino finale lo mette il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Fa visita alla commissione per ringraziare. Quando entra nell’aula, il senatore di FI Maurizio Gasparri chiede: «Lei chi è?». «Sono quello che ha cominciato con l’Msi e poi se n’è dimenticato», risponde la seconda carica dello Stato. Un soffio di leggerezza sulla manovra che ha attraversato la bufera.

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