Da oltre dieci anni l’Europa tenta di far decollare il mercato dei capitali, per offrire alle imprese una fonte di finanziamento complementare al tradizionale credito bancario. Progressi sono stati fatti, per esempio in Svezia, soprattutto per iniziativa nazionale. Ma se si guarda al continente nel suo complesso, i tentativi dell’Unione sono in gran parte falliti.
Un rapporto appena pubblicato dall’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi (IEP@BU), preparato da esperti indipendenti con l’apporto di esponenti del mondo finanziario e autorità europee, ne individua le ragioni e offre una nuova strategia per uscire dall’impasse.
Perché serve un mercato finanziario? Non bastano le tante banche che abbiamo, oggi risanate e capitalizzate e quindi più disposte a far credito? No, non bastano. Specialmente oggi, mentre la produzione si orienta ovunque nel mondo verso settori ad alta tecnologia e la concorrenza si vince o si perde sulla frontiera dell’innovazione.
Da oltre dieci anni l’Europa tenta di far decollare il mercato dei capitali, per offrire alle imprese una fonte di finanziamento complementare al tradizionale credito bancario. Progressi sono stati fatti, per esempio in Svezia, soprattutto per iniziativa nazionale. Ma se si guarda al continente nel suo complesso, i tentativi dell’Unione sono in gran parte falliti.
Un rapporto appena pubblicato dall’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi (IEP@BU), preparato da esperti indipendenti con l’apporto di esponenti del mondo finanziario e autorità europee, ne individua le ragioni e offre una nuova strategia per uscire dall’impasse.
Perché serve un mercato finanziario? Non bastano le tante banche che abbiamo, oggi risanate e capitalizzate e quindi più disposte a far credito? No, non bastano. Specialmente oggi, mentre la produzione si orienta ovunque nel mondo verso settori ad alta tecnologia e la concorrenza si vince o si perde sulla frontiera dell’innovazione.
Per tradizione, cultura e regolamentazione, le banche non hanno incentivo né competenza per finanziare i settori innovativi e dinamici; quelli che innalzano la produttività generale e alimentano la crescita dell’intero sistema.
Il rapporto mostra che le banche europee preferiscono esposizioni a basso rischio e con poco rendimento, finanziando l’establishment produttivo o sottoscrivendo titoli di Stato. Cosa comprensibile, dato che le autorità impongono il contenimento dei rischi in bilancio.
Ma in questo modo viene a mancare energia cruciale per la crescita dell’economia. I paesi con mercati finanziari sviluppati e diversificati, Stati Uniti in testa, sono quelli dove i settori innovativi sono più sviluppati e la produttività è più alta.
Perché gli sforzi della Commissione europea non hanno dato frutto? Qui la diagnosi si fa complessa.
Per la stessa natura del suo mandato, la Commissione promuove l’armonizzazione sull’intero territorio dell’Unione e, come premessa e strumento, la centralizzazione della sorveglianza sulle regole. Niente di sbagliato, in teoria. Ma con conseguenze pratiche che mettono a rischio il disegno riformatore.
La prima è l’estrema complessità dell’impianto regolamentare. La legge finanziaria europea è un labirinto in cui tutti si perdono, a cominciare da quelli che devono rispettare o far rispettare le regole.
La trappola della complessità è inesorabile: lo dimostra l’ultimo sforzo della Commissione, la Savings and Investment Union, le cui proposte pubblicate il 4 dicembre scorso consistono in migliaia di emendamenti distribuiti su 19 testi di legge (se ho contato bene), con un’analisi dei costi e dei benefici che si dilunga su oltre 500 pagine.
Ci vorranno mesi solo per capire questa proposta; anni - se va bene - per approvarla. Con un esito che è impossibile prevedere. Con il mondo che cambia in fretta e le minacce che incombono, l’Europa non può permettersi questi tempi.
Senza contare che l’ambizione a tutto campo si scontra fatalmente con l’opposizione di interessi particolari, tipicamente nazionali, spesso da parte di paesi piccoli ma con un elevato potere di freno. Ne risulta la classica sequenza dell’ultimo decennio: annunci ambiziosi cui segue un’ardua lotta di trincea nelle stanze dei co-legislatori, che ridimensiona la sostanza togliendole forza. Per riconoscere, alla fine, che l’obiettivo finale è stato mancato.
Il rapporto dello IEP@BU propone di mettere in prima fila l’obiettivo da raggiungere: migliorare il flusso di finanziamenti alle imprese innovative ad alta produttività. Legandovi un numero limitato di passi concreti, valorizzando il più possibile iniziative volontarie del mercato e di gruppi di paesi disposti a muovere per primi (“coalizione di volonterosi”).
Nell’assunto che se il mercato parte in alcuni settori-chiave, su questo si possano costruire ulteriori progressi estesi ad altre parti dell’Unione.
La strategia proposta coinvolge l’offerta di risparmio da parte di risparmiatori individuali, la domanda di finanziamento delle imprese innovative, e il collegamento fra offerta e domanda.
Si propone l’introduzione di conti di risparmio e previdenziali volontari incentivati, con struttura semplice e trasparente, trattamento fiscale e normativo favorevole, portabilità e mobilità transfrontaliera, che aiutino a spostare l’abbondante risparmio individuale esistente in Europa, parcheggiato largamente in depositi bancari e titoli di stato, verso forme a più lunga scadenza e maggiore rendimento adatte a finanziare la crescita.
Si propone poi di promuovere una maggiore efficienza delle piattaforme di scambio e di deposito dei titoli a livello europeo, eliminando le barriere nazionali oggi esistenti, e un’azione di rilancio della cartolarizzazione, con un approccio normativo più favorevole al mercato e una nuova struttura di market making privata supportata dalla Banca Europea Investimenti (BEI).
Tramite il suo braccio operativo per le piccole e medie imprese (Fondo Europeo Investimenti, o FEI), la BEI rafforzerebbe la sua posizione di investitore strategico nel capitale di rischio e nella cartolarizzazione, collegando in modo più efficace i risparmi all'economia innovativa.
Si propone infine la creazione di una piattaforma europea per la quotazione e la raccolta del capitale da parte delle imprese destinate alla crescita (scale-ups).
L’analisi del rapporto IEP@BU, basata su un campione di oltre 60mila imprese innovative europee lungo l’ultimo quarto di secolo, mostra che gli ostacoli alla crescita non dipendono né dalla mancanza di idee o progetti finanziabili, né dall’iniziativa imprenditoriale a livello embrionale (start-up).
Dipendono soprattutto dalle difficoltà che le start-up di successo incontrano nel “salto di qualità” dimensionale e organizzativo che può portarle a diventare grandi imprese quotate.
A quel punto cruciale, le imprese europee tipicamente vendono, si fondono o si quotano all’estero (spesso negli USA), rinunciando a intraprendere un percorso indipendente in Europa. Una piattaforma IPO europea, con accesso privilegiato ai risparmi privati di cui si è detto e a strutture efficienti di scambio e deposito titoli, può aiutare a invertire questa tendenza.
Nessuna di queste iniziative richiede complessi interventi legislativi o l’unanime volontà dei paesi membri, e neppure le maggioranze qualificate richieste dalla recente proposta della Commissione.
Servono iniziative pragmatiche e focalizzate da parte di una massa critica di Paesi membri e soggetti del mercato, pronti a muovere con accordi anche inizialmente parziali.
Le indicazioni raccolte dal gruppo di riflessione che ha stilato il rapporto mostrano che un potenziale interesse per queste iniziative esiste. Esse potrebbero essere utilmente integrate nei piani europei sulla Savings and Investment Union, rendendo possibile progressi iniziali mentre la Commissione intraprende la lunga e incerta “traversata nel deserto” per approvare le sue proposte di legge.