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Pressing dei sindacati UK per riavvicinarsi all’Europa, ma Starmer teme il fuoco dei populisti

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Il leader del Trade union congress, 48 federazioni per un totale di 5 milioni e mezzo di lavoratori, chiede di riportare il Regno Unito nell’Unione doganale europea: “È essenziale per la nostra crescita economica”. Il vicolo stretto del premier
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LONDRA – Paul Nowak, leader del Trade union congress, la più grande confederazione sindacale britannica, chiede a Keir Starmer di non escludere l’adesione del Regno Unito all’Unione doganale europea. “Una relazione più stretta possibile con l’Unione europea è assolutamente essenziale per la crescita economica del nostro Paese”, ha dichiarato Nowak, a capo di 48 federazioni per un totale di 5 milioni e mezzo di lavoratori, in un messaggio rivolto a Downing Street.

E non è il solo a esortare il primo ministro laburista a entrare nel cosiddetto terzo anello (dopo Ue e mercato comune) dell’Europa unita. Anche la Confindustria britannica, in un recente comunicato, ha invitato il governo a partecipare all’Unione doganale europea. Dello stesso parere, secon…

LONDRA – Paul Nowak, leader del Trade union congress, la più grande confederazione sindacale britannica, chiede a Keir Starmer di non escludere l’adesione del Regno Unito all’Unione doganale europea. “Una relazione più stretta possibile con l’Unione europea è assolutamente essenziale per la crescita economica del nostro Paese”, ha dichiarato Nowak, a capo di 48 federazioni per un totale di 5 milioni e mezzo di lavoratori, in un messaggio rivolto a Downing Street.

E non è il solo a esortare il primo ministro laburista a entrare nel cosiddetto terzo anello (dopo Ue e mercato comune) dell’Europa unita. Anche la Confindustria britannica, in un recente comunicato, ha invitato il governo a partecipare all’Unione doganale europea. Dello stesso parere, secondo un sondaggio, sono più del 75 per cento degli elettori che votano per il Labour. E due ministri di peso, il vicepremier David Lammy e il responsabile della Sanità Wes Streeting (indicato dai media come possibile successore di Starmer, se il premier, in caduta libera nei rilevamenti d’opinione, sarà sfiduciato e costretto a dimettersi dopo le elezioni amministrative del maggio prossimo), nelle ultime settimane hanno espresso il medesimo auspicio.

Dai sindacati alla Confindustria, dalla base del Labour ai vertici, a Londra sembra insomma che siano sempre di più coloro che vogliono il Regno Unito nell’Unione doganale dell’Unione europea, come si chiama formalmente: l’associazione che riunisce tutti i Paesi della Ue, più il Principato di Monaco e, attraverso patti bilaterali, Andorra, San Marino, Turchia, non imponendo dazi o barriere tariffarie agli scambi tra i suoi membri.

Ma finora Starmer esclude un simile passo. Per due ragioni. La prima è che i patti commerciali firmati con Stati Uniti, India e altri Paesi potrebbero saltare o necessitare modifiche, se il Regno Unito entrasse nell’Unione doganale europea. Però i commerci con l’Europa continentale sono quasi il 50 per cento dell’import-export britannico, enormemente più rilevanti di quelli con altre nazioni. Più importante è la seconda ragione che spinge il premier a dire di no: il timore di essere accusato da destra (ovvero dai populisti di Reform, il partito di Nigel Farage attualmente in testa nei sondaggi, e dai conservatori) di “tradire la Brexit”, ovvero di cominciare a riportare il Regno Unito nell’orbita di Bruxelles, contraddicendo il risultato del referendum del 2016 (vinto dai brexitiani, 52 a 48 per cento).

Pur essendo di suo un europeista, Starmer teme che una mossa simile gli farebbe perdere consensi. Ma se non entra nell’Unione doganale, o come dicono alcuni se addirittura non si rimangia la Brexit, a detta della stragrande maggioranza degli esperti il Regno Unito continuerà a pagarne i danni sul piano economico: e anche questo può fare perdere voti al Labour. Un dilemma che prima o poi Downing Street dovrà affrontare, chiunque ne sia o ne sarà l’inquilino.

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