“L’economia va a rotoli senza una guida”, scriveva Eugenio Scalfari nell’editoriale del primo numero di Repubblica, il 14 gennaio 1976. Era un’altra era geologica: era appena caduto il quarto governo Moro, stava per nascere il quinto e nell’instabilità politica permanente la liretta precipitava, il carovita schizzava, la recessione mordeva. Scalfari chiosava: “Sono anni che l’economia italiana non la guida nessuno, o meglio la guidano da Mirafiori, da Foro Bonaparte e dal alcuni altri ben noti indirizzi tra i quali non è mai apparso Palazzo Chigi…”.
La speranza del cambiamento era forte, tra una Dc in cerca di “una sua nuova identità” e un Pci “in marcia graduale dall’area dell’opposizione a quella del potere”. È passato mezzo secolo e la lunga marcia, dopo gli eredi di Berlinguer, l’hanno fatt…
“L’economia va a rotoli senza una guida”, scriveva Eugenio Scalfari nell’editoriale del primo numero di Repubblica, il 14 gennaio 1976. Era un’altra era geologica: era appena caduto il quarto governo Moro, stava per nascere il quinto e nell’instabilità politica permanente la liretta precipitava, il carovita schizzava, la recessione mordeva. Scalfari chiosava: “Sono anni che l’economia italiana non la guida nessuno, o meglio la guidano da Mirafiori, da Foro Bonaparte e dal alcuni altri ben noti indirizzi tra i quali non è mai apparso Palazzo Chigi…”.
La speranza del cambiamento era forte, tra una Dc in cerca di “una sua nuova identità” e un Pci “in marcia graduale dall’area dell’opposizione a quella del potere”. È passato mezzo secolo e la lunga marcia, dopo gli eredi di Berlinguer, l’hanno fatta i nipotini di Almirante. Al governo siede comoda Giorgia Meloni, l’eurofobica di Colle Oppio che, entrata a Palazzo Chigi, ci sta regalando l’austerità draghiana. Le crisi più drammatiche le abbiamo più o meno superate: grazie alla moneta unica (dalla quale l’Underdog assurta a premier non vuole più uscire) abbiamo allentato un po’ la morsa del debito e piegato l’inflazione a due cifre. I conti pubblici sono in relativo equilibrio: il deficit viaggia sotto al 3%, lo spread scende a 70 punti, la Ue archivia la procedura d’infrazione, le agenzie di rating si complimentano e i patrioti banchettano.
Le buone notizie finiscono qui. Per restare allo Scalfari del ’76, l’economia una guida ce l’ha. Ma qual è il senso di marcia? La legge di bilancio appena licenziata (fatta, disfatta e rifatta) è il paradigma rinunciatario della Melonomics di questi anni. Prebende a pioggia, condoni a raffica. Pochi spiccioli ai ceti medi, molti favori agli evasori. Oro finto alla patria, riforme vere nessuna. Nuovo fisco e nuovo welfare possono attendere. Politica industriale – tra smantellamento di Industria 4.0 e disfacimento dell’Ilva - neanche a parlarne. Corto respiro e piccolo cabotaggio sono la vera cifra dell’azione delle destre al comando. La rivendicata stabilità suggerirebbe scelte coraggiose, e invece il Paese declina nel galleggiamento, che in un mondo in tempesta equivale a inabissamento.
La crescita è zerovirgola, la produzione industriale crolla da 32 mesi su 36, l’export cala del 2,7%. Pesano i dazi del Tycoon, che pure Meloni in veste di esaltata cheerleader trumpiana aveva salutato come un compromesso “positivo e sostenibile”. Ma con due terzi di legislatura alle spalle, la presidente del Consiglio non può continuare a scaricare le colpe della stagnazione al superbonus, dopo averlo votato con gioia ai tempi del Conte II e senza mai contrapporre al gravame oggettivo che ha pesato sul bilancio il beneficio reale che ha comunque arrecato al Pil.
I Fratelli d’Italia sono arrivati al trionfo del settembre 2022 sulla base delle “Tesi di Trieste”, il programma elettorale in 23 articoli elaborato nel 2017 che prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino. Principi-cardine: riforma della burocrazia e dello Stato, per liberare “interi settori dal monopolio pubblico, o ancor peggio da monopoli privati”, poi inserimento in Costituzione di “un tetto alla pressione fiscale”, piano giovani per “finire la scuola a 17 anni” e il ciclo universitario “a 21 o 22 anni” e, insieme a questo, “creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”. Per sostenere la natalità e la famiglia, “reddito d’infanzia per ogni minore a carico, quoziente familiare, asili nido come diritto per tutti, deducibilità del costo del lavoro domestico” eccetera. Non finisce mai, il libro dei sogni patriottici. Peccato che non se ne sia realizzato neanche uno. Rendite ed extra-profitti delle public utilities sono intangibili. La pressione fiscale è esplosa al 42,8%.
Il 2026 sarà annus horribilis per tre buone ragioni. La prima è una congiuntura globale negativa: senza una pace credibile sul fronte russo-ucraino, i costi dell’energia resteranno folli e le nostre bollette resteranno le più care d’Europa, mentre la folle guerra commerciale dello Sceriffo di Washington affosserà ulteriormente scambi commerciali e consumi delle famiglie. La seconda ragione è la fine del Pnrr: il prossimo 31 agosto si esauriranno i fondi europei, che hanno sostenuto il Pil italiano per 1,7 punti in tre anni e ci hanno evitato di scivolare in recessione già dal 2024. La terza ragione è il ciclo elettorale: l’anno che verrà è l’ultimo prima del voto politico della primavera 2027, e in base a quello che il governo ha elargito finora alla vigilia delle regionali (contributi per 60 milioni nelle Marche, sanatoria edilizia in Campania) è facile immaginare che Giorgia farà piovere manna dal cielo per tutti, attingendo allegramente al deficit spending senza nessuna attenzione allo sviluppo. Così, pensando all’anno che sta arrivano, torniamo alle fosche profezie scalfariane di 50 anni fa. “Il quadro, complessivamente, è modesto”. Infatti nel ’77 arrivò l’Andreotti III, e nel 2027 rischia di arrivare il Meloni II.