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Azioni, titoli di Stato, oro e cripto: cosa attendersi sui mercati nel 2026

(afp)
Lo scenario di fondo resta orientato all’ottimismo, ma le quotazioni raggiunte da alcuni settori suggeriscono grande prudenza
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Il rischio di una destabilizzazione per i mercati finanziari dopo il successo alle presidenziali di Donald Trump, i timori di un crollo dei listini europei (e di quello italiano in particolare) per la prospettiva dei dazi e il decollo definitivo delle criptovalute, dopo le promesse del tycoon in campagna elettorale. Se volgessimo lo sguardo all’indietro, a fine 2024, prenderemmo atto che molte delle prospettive d’investimento si sono rivelate fallaci. Così, nell’approcciarsi al nuovo anno, ancor più del solito vale la raccomandazione di concentrarsi sui fondamentali. Ancor più se si tratta di investire con una prospettiva speculativa di breve periodo. Vediamo, dunque, prospettive e incognite delle principali asset class e geografie.

Dopo la lunga corsa, spazio alla selezione

Nel corso del 2025, l’indice S&P 500 (il più grande di Wall Street e, quindi, del mondo) ha ritoccato ben 39 volte il proprio massimo storico (chiudendo in progresso di 19 punti rispetto a fine 2024), il che…

Il rischio di una destabilizzazione per i mercati finanziari dopo il successo alle presidenziali di Donald Trump, i timori di un crollo dei listini europei (e di quello italiano in particolare) per la prospettiva dei dazi e il decollo definitivo delle criptovalute, dopo le promesse del tycoon in campagna elettorale. Se volgessimo lo sguardo all’indietro, a fine 2024, prenderemmo atto che molte delle prospettive d’investimento si sono rivelate fallaci. Così, nell’approcciarsi al nuovo anno, ancor più del solito vale la raccomandazione di concentrarsi sui fondamentali. Ancor più se si tratta di investire con una prospettiva speculativa di breve periodo. Vediamo, dunque, prospettive e incognite delle principali asset class e geografie.

Dopo la lunga corsa, spazio alla selezione

Nel corso del 2025, l’indice S&P 500 (il più grande di Wall Street e, quindi, del mondo) ha ritoccato ben 39 volte il proprio massimo storico (chiudendo in progresso di 19 punti rispetto a fine 2024), il che sta a indicare una crescita progressiva, più che a strappi. C’è stato un calo all’inizio della primavera con l’introduzione dei dazi negli Usa, poi progressivamente ammorbiditi, e qualche correzione di breve sui titoli tecnologici, poi il listino americano ha ripreso la corsa e anche quelli europei hanno seguito la scia, con Piazza Affari (+30%, tra le più brillanti).

Guardando in prospettiva, la convinzione degli analisti è che vi sia poco spazio per ulteriori, importanti rialzi generalizzati, mentre dovrebbe risultare premiante la selezione. “In un contesto di crescita economica globale stabile, un’inflazione in lieve rallentamento e tagli dei tassi da parte delle banche centrali, gli utili delle imprese potrebbero continuare ad accelerare. Tuttavia, le quotazioni elevate delle azioni statunitensi sono destinate a normalizzarsi, con ricadute nel resto del mondo”, commenta Bob Homan, chief investment officer di Ing.

“Prevediamo forti differenze di rendimento tra aree geografiche e settori”, aggiunge. Per poi indicare tra i settori più interessanti utility e sanità.Un ottimismo moderato caratterizza anche l’analisi di Monica Defend, che guida l’Amundi Investment Institute, per la quale non ci sono rischi concreti di recessione all’orizzonte, ma le quotazioni raggiunte da alcuni titoli tecnologici suggeriscono prudenza. “Nell’azionario manteniamo il nostro approccio bilanciato, puntando sui settori ciclici di qualità e sui titoli difensivi”. A livello geografico Amundi guarda con interesse soprattutto a Europa e mercati emergenti.

Il prezzo da pagare se si resta fermi

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una serie di shock – dalla pandemia ai conflitti armati, dalla ridefinizione della globalizzazione ai successi elettorali dei populisti – eppure i mercati finanziari si sono proiettati sempre verso nuovi massimi. Questo a fronte di un’inflazione che in alcune fasi è stata elevata, penalizzandosi fortemente chi è rimasto disinvestito. “Spesso oggi si fanno paragoni con la bolla delle dotcom del 1999-2000, soprattutto a fronte di molte startup nel campo dell'intelligenza artificiale che sono in perdita, con valutazioni gonfiate dai finanziamenti dei fornitori”, commenta Johanna Kyrklund, group chief investment officer di Schroders. “Rimanere con le mani in mano ha dei costi: è necessario battere l'inflazione per preservare il valore dei risparmi e, con i limiti su quanto si può risparmiare, è necessario lavorare sodo per ottenere i fondi necessari per la pensione e altri obiettivi. Nel lungo termine, la storia dimostra che le azioni offrono un rendimento interessante”.

Nell’obbligazionario si guarda alla dinamica dei tassi

Ancora una volta, saranno decisive le mosse delle banche centrali, a loro volta condizionate dall’andamento dei prezzi al consumo. “L a combinazione di deficit e rallentamento demografico mantiene alta la pressione inflazionistica. Non ci aspettiamo uno shock inflazionistico a breve, ma un’inflazione che rimane sopra i target di medio periodo”, commenta Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer Sgr. Il quale vede poco spazio di ulteriore rivalutazione per i governativi dei Paesi sviluppati e per questo preferisce il debito emergente, “in alcuni casi più solido di quanto si pensi”.“La maggior parte delle opportunità si trova nei mercati emergenti locali”, gli fa eco Ella Hoxha, head of fixed income di Bny Investments Newton. Il quale invita, comunque, a essere prudenti verso le scadenze lunghe: “Non riteniamo che la duration offra un buon rapporto rischio-rendimento in questo caso, dati i crescenti rischi di inflazione per i prossimi trimestri”.

Concorda sulle scadenze brevi, ma spostandosi su emittenti societari Felipe Villarroel, gestore di portafogli di TwentyFour Asset Management (boutique di Vontobel): “Preferiamo il credito rispetto ai titoli di Stato, alla luce del contesto macro. Il sovrappeso su questo fronte dovrebbe concentrarsi su titoli con rating relativamente elevato e duration non eccessiva. Privilegiamo scadenze relativamente brevi a quattro o cinque anni e guardiamo a titoli finanziari, assicurativi e subordinati che presentano fondamentali solidi e valutazioni attraenti”. Hoxha è positivo anche verso gli emittenti italiani, in particolare le grandi banche, “che hanno mostrato risultati davvero buoni nella maggior parte dei parametri e hanno buoni fondamentali”.

I Treasury (i titoli di Stato statunitensi) restano centrali per tutti i portafogli ben diversificati, ma Capital Group invita a non trascurare il rischio cambio, con il dollaro che rischia di indebolirsi ulteriormente. “Tra i fattori citati figurano i rischi per l’indipendenza della Federal Reserve, le vulnerabilità fiscali e la crescente attenzione al tema della dedollarizzazione (la tendenza di molte banche centrali, soprattutto dei mercati emergenti, a ridurre le riserve in dollari in ottica di diversificazione, ndr)”, evidenzia un report della società di gestione.

Materie prime e criptovalute: occhio alla volatilità

L’oro è stato il re indiscusso degli investimenti nel 2025, con un apprezzamento superiore al 70%. Hakan Kaya, gestore del fondo Neuberger Berman Commodities, vede la corsa del metallo giallo come “una polizza assicurativa massiccia e sempre più costosa su un sistema finanziario e geopolitico sempre più instabile”. Dunque, sebbene riconosca che le quotazioni raggiunte suggeriscano prudenza, non vede inversioni di rotta all’orizzonte “finché questi rischi strutturali persisteranno”. Un sondaggio condotto dal World Gold Council segnala che il 95% delle banche centrali intervistate prevede un aumento delle riserve proprie d'oro nel prossimo anno, con il 43% che intende incrementare significativamente il possesso.

Infine le criptovalute. Erano attese come le grandi protagoniste del 2025, alla luce del supporto annunciato da Donald Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali. A conti fatti le cose sono andate diversamente: il Bitcoin ha perso il 7% circa, Ethereum dodici punti e Cardano circa 60. Queste le performance in dollari, dato che gli investitori in euro hanno subito un ulteriore deprezzamento nell’ordine del 13%. In parte hanno pesato le promesse tradite di Trump, dall’altra la ricerca degli investitori di asset solidi.

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