MILANO – L’attacco a sorpresa degli Stati Uniti contro il Venezuela con l’arresto del presidente Nicolas Maduro impatta in maniera molto limitata sul prezzo del petrolio. In mattinata il prezzo sui contratti per il Wti americano e il Brent del mare del Nord sono in lieve calo, in flessione di meno di un punto percentuale, con il primo in mattinata in zona 56 dollari e il secondo sopra i 60.
“Prezzi sotto controllo, prevale l’eccesso di offerta”
Gli investitori si mantengono così cauti sulle possibili ripercussioni mondiali dell’iniziativa Usa. Oggi il greggio di Caracas, complici sanzioni e infrastrutture obsolete, vale appena l’1% della produzione mondiale, malgrado il paese vanti la riserva petrolifera più grande del mondo. Sfruttarla di più, come è nelle intenzioni dichiarate del presidente Usa Donald Trump, non è però un’operazione semplice. Servono tempo e ingenti risorse. “Gli investimenti statunitensi e qualsiasi reale allentamento delle sanzioni richiedono tempo, e i barili non tornano dall’oggi al domani”, sottolinea Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital LP a Chicago, citato da Bloomberg. “Per ora sembra che sia l’eccesso di offerta a parlare più forte e a prevalere sulla geopolitica, mantenendo i prezzi sotto controllo”.
Big Oil vede l’affare
L’opportunità per i giganti di Big Oil è ghiotta. E non a caso i colossi petroliferi meglio posizionati in questa partita fiutano l’affare e schizzano nelle contrattazioni precedenti all'apertura degli scambi a Wall Street. Chevron, l’unica a restare operativa nel Paese grazie ad alcune esenzioni e che vale da sola il 25% della produzione del Paese, balza di quasi dieci punti percentuali ma corrono anche ConocoPhillips e Exxon.
I maxi investimenti necessari
Un affare però non a costo zero e gli addetti ai lavori hanno incominciato già a fare due conti. Secondo Francisco Monaldi, direttore del Latin American energy policy presso il Baker Institute for Public Policy della Rice University, per riportare la produzione ai livelli di fine anni 70, il picco della produzione nel Paese, servirebbero almeno 10 miliardi l’anno per 10 anni,. Un conto da 100 miliardi in capo alle grandi compagnie petrolifere per ripristinare porti, oleodotti, impianti e raffinerie. “Un recupero più veloce – ha detto Monaldi al Financial Times -richiederebbe investimenti ancora maggiori”.
L’incognita dei prezzi
Maxi investimenti che i giganti di Big Oil sarebbero più che pronti a sopportare, ma con la garanzia di una stabilità politica e di certezze normative. E sempre a patto che il prezzo del petrolio, come accaduto già nei mesi passati, non scenda troppo in basso, mettendo in discussione la convenienza dei maxi risorse da impiegare per mettere mano sui giacimenti venezuelani.