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Volano i titoli delle big oil, le Borse benedicono il blitz in Venezuela

Una raffineria di Chevron in California 

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Corrono le maggiori società americane del settore petrolifero, da Chevron a Halliburton. Guadagni anche per l’italiana Eni. Poco mosso il prezzo del greggio
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ROMA – Le tre maggiori società petrolifere, cioè Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, con guadagni tra il 2 e il 6%. I colossi dei servizi di perforazione ed estrazione come Halliburton e Slb, addirittura +11%. E poi i raffinatori come Valero, che ha strappato al rialzo del 10%. Ieri la Borsa ha decretato i primi – per quanto parziali – vincitori del blitz trumpiano in Venezuela. Sono i big del settore petrolifero americano che, se Caracas diventerà un protettorato a stelle e strisce, potranno riorientare verso i loro lidi le esportazioni di greggio del Paese, negli ultimi anni deviate verso la Cina. E soprattutto avere un accesso privilegiato, se non esclusivo, alle enormi riserve di oro nero del suo sottosuolo, le maggiori al mondo.

Poco mosso il prezzo del p…

ROMA – Le tre maggiori società petrolifere, cioè Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, con guadagni tra il 2 e il 6%. I colossi dei servizi di perforazione ed estrazione come Halliburton e Slb, addirittura +11%. E poi i raffinatori come Valero, che ha strappato al rialzo del 10%. Ieri la Borsa ha decretato i primi – per quanto parziali – vincitori del blitz trumpiano in Venezuela. Sono i big del settore petrolifero americano che, se Caracas diventerà un protettorato a stelle e strisce, potranno riorientare verso i loro lidi le esportazioni di greggio del Paese, negli ultimi anni deviate verso la Cina. E soprattutto avere un accesso privilegiato, se non esclusivo, alle enormi riserve di oro nero del suo sottosuolo, le maggiori al mondo.

Poco mosso il prezzo del petrolio

La prima ipotesi è la più probabile e immediata, se Trump dovesse cancellare le sanzioni. La seconda è quella davvero rivoluzionaria, considerati i 300 miliardi di barili di potenziale, ma anche la più incerta. Perché quel greggio cominci o ricominci ad essere estratto, dopo anni di incuria e degrado degli impianti che hanno fatto crollare la produzione sotto il milione di barili, serviranno tempo, stabilità politica e decine di miliardi di dollari di investimenti. Questo è il motivo per cui ieri le quotazioni del petrolio non hanno registrato scossoni. Partenza di giornata con prezzi in discesa, poi inversione di tendenza, ma tutto nella norma attorno ai 60 dollari al barile. Almeno nel breve periodo il greggio venezuelano non modificherà lo scenario, fatto di eccesso di produzione e prezzi ai minimi da quattro anni.

Wall Street non teme l’escalation

Nel lungo periodo si vedrà. Wall Street non sembra temere particolari shock geopolitici, con l’indice Dow che si arrampica a un nuovo record, oltre 49 mila punti. Di certo però, prima di investire altri dollari in un Paese che le già tradite, le multinazionali americane vorranno almeno assicurarsi di poter recuperare parte dei crediti che vantano nei suoi confronti. ConocoPhillips ed Exxon ne hanno per oltre 10 miliardi di dollari, a compensazione degli espropri subiti vent’anni fa. L’unica che dopo la rivoluzione chavista, tra nazionalizzazioni e sanzioni, ha conservato i pozzi nel Paese, e l’unica a cui Trump ha al momento garantito la licenza di esportare, è Chevron: non ha caso quella che ieri ha guadagnato di più (quasi il 6%).

I crediti di Eni

In Venezuela sono attive anche l’italiana Eni, soprattutto nell’estrazione del gas, e la spagnola Repsol. La prima vanta crediti per circa 3 miliardi di dollari, visto che da mesi - proprio per le nuove sanzioni americane - non ha potuto più incassare i pagamenti che riceveva in natura, sotto forma di petrolio. Per Repsol l’ammanco è più limitato. I loro guadagni in Borsa di ieri - rispettivamente +1,45 e +2,16% - riflettono più l’ipotesi che questa situazione possa sbloccarsi, che un eventuale - molto ipotetico - posticino al tavolo del grande banchetto americano.

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