Economia

Non solo petrolio, tra le grandi potenze è partita la sfida per le materie prime

Una piattaforma di estrazione di Chevron, la società americana che ha conservato la maggiore presenza in Venezuela
Una piattaforma di estrazione di Chevron, la società americana che ha conservato la maggiore presenza in Venezuela 
Controllando le riserve del Venezuela Trump punta a dominare il mercato del greggio, puntando tutto sulla vecchia economia. Che però entro la fine del decennio arriverà al picco
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ROMA – Quindi ci eravamo ingannati? A forza di parlare di terre rare e magneti permanenti, di rame e di litio, dei materiali fondamentali per le industrie di domani, per i microchip e per le batterie, per i missili e per l’Intelligenza artificiale, avevamo dimenticato che è ancora il vecchio petrolio a muovere il mondo e le sue (super)potenze?

Controlleremo le vendite di greggio venezuelano «a tempo indefinito», dice ora Donald Trump, giustificando così l’operazione militare con cui ha ordinato di estradare il presidente Maduro, e i successivi sequestri di navi russe che provano ad aggirare l’embargo. Cade la maschera dei diritti umani e dell’esportazione della democrazia, più volte usata in passato da Washington e alleati per rovesciare questo o quel petro-dittatore. Si ridimensiona anche l’accusa a Maduro di aver gestito un cartello internazionale della droga. Restano invece quei 300 miliardi di barili nel sottosuolo del Venezuela, sulla carta le prime riserve al mondo, da portare sotto la sfera di influenza americana e sottrarre così all’influenza russo-cinese, da sfruttare con l’aiuto delle major statunitensi per poter condizionare nei prossimi decenni flussi e valori globali del greggio. Ma sarà davvero così?

Chi sono i padroni del petrolio

Il mondo è cambiato

Sempre difficile con Trump distinguere il rumore dal segnale, l’opportunismo — o l’idiosincrasia — dalla strategia. Che nel suo intimo il presidente sia convinto di vivere ancora nel mondo di cinquant’anni fa, quando il controllo degli idrocarburi e dei relativi prezzi era centrale per gli equilibri di potenza, è possibilissimo. Quella è l’epoca in cui ha formato la sua visione del mondo, le lenti con cui ancora lo legge, facendosi beffe di chi crede alla “bufala climatica” e alla transizione energetica. È tornato al grido di “drill baby drill”, trivellare a più non posso. Nel suolo americano ma evidentemente anche in Sudamerica, all’occorrenza ribadendo con la forza il controllo degli States sul loro “giardino di casa”.

Ci sono però un paio di elementi chiave, legati tra loro, che questa visione pare ignorare, riflessi dal fatto che i prezzi del petrolio sono rimasti indifferenti all’operazione speciale. Il primo è che il decantato tesoro nero del Venezuela così scintillante non è, visto che si tratta di oli pesanti — molto inquinanti e molto costosi da lavorare — e che anni di corruzione e malagestione da parte del regime hanno compromesso le infrastrutture, rendendo il Paese di fatto ininfluente nel mappamondo del greggio (1% della produzione). Ci vorranno anni, decine di miliardi di investimenti e un minimo di stabilità politica e legale, tutte grandi incognite, per riportare le estrazioni ai livelli che furono. Ma il secondo elemento che Trump pare ignorare è che, rispetto a cinquanta ma anche a trenta anni fa, la geo-economia del petrolio è cambiata in modo radicale, in primo luogo proprio per effetto della rivoluzione dello “shale” che ha reso gli Stati Uniti il primo produttore mondiale e parcellizzato un mercato prima dominato dalle petromonarchie del Golfo.

Chi controlla il mercato?

«Rispetto agli anni ’70 il contributo del petrolio nel mix energetico globale si è ridotto dalla metà a circa un terzo, ma mantiene ancora una valenza economica e geopolitica centrale: senza petrolio il mondo non si muove, e questo varrà anche dopo il picco della domanda previsto da varie fonti come l’Agenzia internazionale dell’energia entro la fine del decennio», dice Massimo Lombardini, esperto del settore e oggi ricercatore associato di Ispi. Per capire se e come il controllo delle risorse condizionerà il grande gioco bisogna però considerare anche altro: «Rispetto a materie prime critiche come le terre rare, nelle mani della Cina, la produzione del petrolio è assai più frammentata: i Paesi Opec ne producono circa un terzo, e considerando l’Opec+, che include la Russia, si arriva al 45-50% del totale, ma il resto è disperso tra vari Paesi — spiega Lombardini — Inoltre le scorte strategiche garantiscono ai Paesi dell’Ocse e dell’Unione europea l’equivalente di 90 giorni di importazioni».

Detto altrimenti, il petrolio è oggi una vera commodity globale: caricati su una nave i barili di greggio possono essere venduti in qualsiasi Paese del mondo, o almeno in tutti quelli che hanno accesso al mare. Questo è il motivo per cui negli ultimi anni il suo prezzo ha risentito degli shock geopolitici molto meno del gas, assai più legato alle geografie dei tubi e dei rigassificatori. Oggi è ai minimi da quattro anni e lì dovrebbe restare, considerato che nelle previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia la domanda è destinata a una crescita modesta, meno dell’1% l’anno, per poi iniziare a calare entro la fine del decennio con la crescente elettrificazione dei trasporti e la svolta rinnovabile della Cina, mentre l’offerta — già sovrabbondante — è prevista ancora in aumento, a cominciare proprio da Arabia Saudita e Stati Uniti. Solo eventi improbabili, come il blocco dello Stretto di Hormuz, potrebbero cambiare in maniera profonda il quadro.

Venezuela, Stato fallito

Geopolitica delle risorse

Difficile invece che siano le riserve del Venezuela a cambiare in maniera profonda gli equilibri. E difficile che gli Stati Uniti - o chiunque altro - possano garantirsi una posizione oligopolistica paragonabile a quella che Pechino ha oggi nelle terre rare. Ma è proprio allargando il ragionamento alle tante altre materie prime di cui il Venezuela dispone — gas, oro, gli stessi minerali critici — che l’operazione degli Stati Uniti, così come le loro mire sulla Groenlandia, possono essere inquadrate in una strategia coerente, probabilmente destinata a sopravvivere alla presidenza Trump e alle sue distorsioni cognitive da old economy.

È una strategia con due assunti. Il primo, tutto americano, rispolvera la vecchia dottrina Monroe e raccomanda agli Stati Uniti di ridurre la sovraesposizione globale e di concentrarsi sul controllo della propria massa continentale. Il secondo, globale, è il ritorno di una “geopolitica delle risorse” secondo cui sicurezza e sviluppo passano dal controllo diretto o indiretto sugli input chiave, compresi quelli energetici, per il complesso tecno-industrial-militare. Una politica a somma zero e, in senso ampio, estrattiva. Per cui il petrolio è solo una delle tante risorse da estrarre, non necessariamente la più scarsa o la più importante.

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