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Trattativa Rio Tinto-Glencore, nasce il gigante delle miniere

Una miniera gestita da Rio Tinto in Guinea

 

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Si lavora a un gruppo da 260 miliardi di dollari, il più grande al mondo nell’estrazione dei metalli a cominciare dal rame
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LONDRA – Grande è bello. E più grande è ancora più bello. Sembra questa la filosofia suggerita dalla ripresa dei piani per la mega fusione tra Glencore e Rio Tinto, due dei giganti minerari, che unendo le forze formerebbero la maggiore compagnia del settore al mondo. La precedente trattativa era collassata un anno fa, ma questa settimana entrambe le società hanno confermato separatamente di essere coinvolte in “discussioni preliminari” per accorpare tutto o parte del proprio business: un’operazione che, se completata, potrebbe creare un’azienda da 260 miliardi di dollari. Formalmente sarebbe l’anglo-australiana Rio Tinto (la più grossa delle due, con un valore di 162 miliardi di dollari) a rilevare l’anglo-svizzera Glencore, scrive il Financial Times, che aveva diffuso per primo la notizia di nuovi colloqui in corso.

Il negoziato è ricominciato alla fine del 2025, in un momento di boom per il prezzo di oro e rame. Gli analisti lo mettono in relazione con la corsa sempre più freneti…

LONDRA – Grande è bello. E più grande è ancora più bello. Sembra questa la filosofia suggerita dalla ripresa dei piani per la mega fusione tra Glencore e Rio Tinto, due dei giganti minerari, che unendo le forze formerebbero la maggiore compagnia del settore al mondo. La precedente trattativa era collassata un anno fa, ma questa settimana entrambe le società hanno confermato separatamente di essere coinvolte in “discussioni preliminari” per accorpare tutto o parte del proprio business: un’operazione che, se completata, potrebbe creare un’azienda da 260 miliardi di dollari. Formalmente sarebbe l’anglo-australiana Rio Tinto (la più grossa delle due, con un valore di 162 miliardi di dollari) a rilevare l’anglo-svizzera Glencore, scrive il Financial Times, che aveva diffuso per primo la notizia di nuovi colloqui in corso.

Il negoziato è ricominciato alla fine del 2025, in un momento di boom per il prezzo di oro e rame. Gli analisti lo mettono in relazione con la corsa sempre più frenetica alle materie prime, con Donald Trump che predica il suo mantra di una America first mettendo le mani sulle terre rare in Ucraina, sostenendo che gli Stati Uniti hanno la “necessità strategica” di impossessarsi della Groenlandia per le risorse non ancora sfruttate del suo sottosuolo e promettendo all’industria petrolifera Usa lo sfruttamento dell’oro nero del Venezuela. Una competizione che vede in primo piano Washington, Pechino e Mosca, ma che in campo minerario ha nelle due compagnie inglese e australiana un formidabile protagonista.

Già ribattezzata “GlenTinto”, la mega società sottolinea la tendenza al consolidamento del settore minerario globale, con una concentrazione di capitali, risorse e tecnologie. La Borsa di Londra ha reagito in modo altalenante, con le azioni di Glencore in crescita e quelle di Rio Tinto in calo. Il terreno più allettante per crescere insieme sarebbe il rame, metallo fondamentale per la transizione a zero emissioni nocive e per lo sviluppo degli autoveicoli elettrici. La recente fusione di Anglo American e Teck Resources ha contribuito a mettere pressioni sui rivali per iniziative simili. Non è ancora chiaro come finirà. I due giganti hanno una reputazione, giusta o sbagliata, di essere culturalmente differenti. Vent’anni dopo la disastrosa acquisizione della Alcan da 44 miliardi di dollari, Rio Tinto ci riprova. Da allora, il panorama è mutato e ancora di più da quando c’è Trump alla Casa Bianca. «Non è cambiato niente», nel senso che il settore minerario continua a essere necessario, «ed è cambiato tutto», dicono gli analisti, nel senso che le materie prime appaiono l’elemento cruciale per decidere chi comanda sulla Terra: tutti le vogliono, a qualunque costo.

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