Il decreto Bollette è fermo. I soldi per gli aiuti a famiglie e imprese non ci sono. Non almeno per le misure messe a punto dai tecnici del ministero dell’Ambiente. Ecco perché nelle ultime ore la bozza del provvedimento contro il caro energia è finita nel cestino.
Tutto da rifare. Di corsa, come ha raccomandato ieri Palazzo Chigi. Di nuovo, dopo la telefonata, anticipata da Repubblica, che Giorgia Meloni ha fatto giovedì al titolare del dicastero, Gilberto Pichetto Fratin, per chiedergli di arrivare quanto prima a una soluzione.
Nelle stanze della presidenza del Consiglio tira aria di irritazione perché - spiegano fonti di governo - "il decreto era stato sollecitato dall’estate”. A un certo punto è stato anche spacchettato in due, per provare a dare almeno un segnale parziale. Poi il ritorno allo schema iniziale, nel tentativo di abbinare il taglio delle bollette alla manovra che non ha previsto sostegni in questo ambito.
Il decreto Bollette è fermo. I soldi per gli aiuti a famiglie e imprese non ci sono. Non almeno per le misure messe a punto dai tecnici del ministero dell’Ambiente. Ecco perché nelle ultime ore la bozza del provvedimento contro il caro energia è finita nel cestino.
Tutto da rifare. Di corsa, come ha raccomandato ieri Palazzo Chigi. Di nuovo, dopo la telefonata, anticipata da Repubblica, che Giorgia Meloni ha fatto giovedì al titolare del dicastero, Gilberto Pichetto Fratin, per chiedergli di arrivare quanto prima a una soluzione.
Nelle stanze della presidenza del Consiglio tira aria di irritazione perché - spiegano fonti di governo - "il decreto era stato sollecitato dall’estate”. A un certo punto è stato anche spacchettato in due, per provare a dare almeno un segnale parziale. Poi il ritorno allo schema iniziale, nel tentativo di abbinare il taglio delle bollette alla manovra che non ha previsto sostegni in questo ambito.
Ma la quadra ancora non c’è. Al netto del bonus di 55 euro per le fatture della luce delle famiglie con redditi bassi, le misure per le aziende sono in fase di riscrittura.
Il lavoro riparte dopo la bocciatura dei tecnici del Mef alla cosiddetta norma “spalma-incentivi”, che puntava proprio a spalmare, nei prossimi anni, la componente fiscale delle bollette legata ai vecchi incentivi per gli impianti rinnovabili. In questo modo si sarebbe arrivati a una riduzione dei costi per imprese e consumatori. La soluzione poggiava su una cartolarizzazione: Cdp avrebbe trasferito le risorse ottenute mediante l’emissione di titoli obbligazionari alla Cassa per i servizi energetici e ambientali proprio per ridurre il peso degli oneri di sistema. Ma l’idea è stata messa da parte.
Le stesse fonti di governo spiegano che Palazzo Chigi non ha avuto nulla da ridire sui rilievi dei tecnici di via XX settembre.
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A bloccare il decreto è anche il rischio di incompatibilità di alcune misure con la normativa europea sugli aiuti di Stato. È la stessa criticità che rende assai difficile la realizzazione, in tempi brevi, di uno degli ingredienti chiave della ricetta della premier per dare una spinta all’economia: l’estensione della Zes (Zona economica speciale) unica.
A sollevare la questione sono gli economisti Alessandro Valfrè e Gilberto Turati, che in un recente studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica, in prima battuta, mostrano i benefici ottenuti dalla Zes unica. A partire dai numeri diffusi da Confindustria, secondo cui al Sud investimenti per 28 miliardi sono stati generati a partire da 5 miliardi di crediti d’imposta concessi dalla Zona economica speciale.Perché allora, come appena suggerito dalla presidente del Consiglio, non si estende la Zes all’Italia intera? Perché questo, spiegano i due economisti, “in generale, sarebbe in contrasto con le linee guida Ue relative agli aiuti regionali e di Stato”. Quel che invece si potrebbe fare è “estendere alcune esperienze delle Zes, come lo Sportello unico digitale, per snellire la burocrazia anche in altre aree del Paese”.
Intanto, la legge di bilancio ha rinnovato i crediti d’imposta previsti dalla Zes unica del Mezzogiorno al costo, per le casse pubbliche, di 2,3 miliardi nel 2026, 1 miliardo nel 2027 e 750 milioni nel 2028. È stato, inoltre, concesso un credito d’imposta aggiuntivo da 532,6 milioni sugli investimenti del 2025. Su quest’ultimo punto, il servizio di bilancio della Camera invita il governo ad assicurare "la presenza delle occorrenti disponibilità e che il loro utilizzo non determini effetti negativi in termini di fabbisogno e di indebitamento netto rispetto ai tendenziali di finanza pubblica”.