«Il Regno Unito dovrebbe entrare nell’Unione Doganale Europea», dicono i sindacati britannici. «Pensiamo piuttosto a un allineamento dei prodotti alimentari e agricoli con il Mercato Comune Europeo», replica il primo ministro laburista Keir Starmer. «Soltanto il ritorno a pieno titolo nell’Unione Europea può salvare la nostra economia», ammonisce Ed Davies, leader del partito liberaldemocratico. «Il governo si prepara a tradire la Brexit», avverte Kemi Badenoch, leader dell’opposizione democratica. «Lo impedirò io, conquistando Downing Street alle prossime elezioni», promette Nigel Farage, leader dei populisti di Reform.
il sondaggio
La lunga marcia di avvicinamento
Nella cacofonia di voci che infuria a Londra in questi giorni, una cosa sembra certa: la lunga marcia di avvicinamento dell’isola britannica verso il continente al di là della Manica è cominciata. L’inizio preciso di questo movimento è difficile da collocar…
«Il Regno Unito dovrebbe entrare nell’Unione Doganale Europea», dicono i sindacati britannici. «Pensiamo piuttosto a un allineamento dei prodotti alimentari e agricoli con il Mercato Comune Europeo», replica il primo ministro laburista Keir Starmer. «Soltanto il ritorno a pieno titolo nell’Unione Europea può salvare la nostra economia», ammonisce Ed Davies, leader del partito liberaldemocratico. «Il governo si prepara a tradire la Brexit», avverte Kemi Badenoch, leader dell’opposizione democratica. «Lo impedirò io, conquistando Downing Street alle prossime elezioni», promette Nigel Farage, leader dei populisti di Reform.
il sondaggio
La lunga marcia di avvicinamento
Nella cacofonia di voci che infuria a Londra in questi giorni, una cosa sembra certa: la lunga marcia di avvicinamento dell’isola britannica verso il continente al di là della Manica è cominciata. L’inizio preciso di questo movimento è difficile da collocare. Fin dall’indomani del referendum del 2016, che sancì di poco, 52 a 48 per cento, l’uscita del Regno Unito dalla Ue (dopo avere fatto parte dell’Europa Unita per più di quattro decenni), circolavano studi e allarmi che la Brexit avrebbe causato gravi danni all’economia di questo Paese e alla sua influenza negli affari internazionali. Dati e statistiche sull’argomento si sono moltiplicati nel corso dei quattro anni successivi, durante i quali svariati governi conservatori hanno negoziato con Bruxelles le modalità dello storico divorzio, fino all’entrata in vigore della Brexit il 31 gennaio 2020. In questo 2026 si avvicina, il prossimo 23 giugno, il decimo anniversario del referendum: e a un decennio di distanza il male fatto dal distacco dall’Europa continentale appare sempre più evidente. Un male ulteriormente aggravato dagli attacchi all’Europa da parte di Donald Trump, con l’aumento dei dazi, con le minacce alla Danimarca per il possesso della Groenlandia, in generale con l’intento di favorire forze populiste e aumentare le divisioni, posizioni espresse con candore dalla nuova Strategic Policy Review della Casa Bianca. Se l’America abbandona l’Europa, l’Europa deve cercare di unire le proprie forze, politicamente, economicamente, militarmente: e anche questo sospinge Londra verso Bruxelles.
Calo del 5%
Dal punto di vista economico, il danno è stato quantificato in un calo del 5 per cento del prodotto interno lordo britannico. Ma l’opinione pubblica guarda ormai alla Brexit come un fallimento su tutta la linea: un sondaggio di questa settimana indica che per il 72 per cento della popolazione l’uscita dalla Ue ha avuto conseguenze negative sull’economia, sull’immigrazione (che è aumentata anziché diminuire: con quella dai Paesi extra-Ue che ha sostituito e superato quella che in precedenza proveniva dalla Ue), sul peso del Regno Unito negli affari mondiali. Il 58 per cento dei britannici si dichiara ora favorevole a rientrare nella Ue in qualche forma. Il punto è come e quando.
Paul Nowak, leader del Trade Union Congress, più grande confederazione sindacale britannica, ha chiesto di recente al premier Starmer di non escludere l’adesione del Regno Unito all’Unione Doganale europea. «Una relazione più stretta possibile con l’Unione Europea è assolutamente essenziale per la crescita economica del nostro Paese», ha dichiarato Nowak, a capo di 48 federazioni per un totale di 5 milioni e mezzo di lavoratori. La Confcommercio britannica, che rappresenta un migliaio di aziende, ha preso una posizione analoga. Dello stesso parere sono più del 75 per cento degli elettori che votano per il Labour. E due ministri di peso, il vicepremier David Lammy e il responsabile della Sanità Wes Streeting (indicato dai media come possibile successore di Starmer, se il premier, in caduta libera nei rilevamenti d’opinione, sarà sfiduciato e costretto a dimettersi dopo le elezioni amministrative del maggio prossimo), dicono più o meno la stessa cosa. L’Unione Doganale dell’Unione Europea, come si chiama formalmente, è il terzo cerchio dell’unità europea: l’associazione che riunisce tutti i Paesi della Ue, più il Principato di Monaco e, attraverso patti bilaterali, Andorra, San Marino, Turchia, non imponendo dazi o barriere tariffarie agli scambi tra i suoi membri.
Allineamento con il mercato comune
Ma nei giorni scorsi Starmer ha delineato un’altra strada: «Uno stretto allineamento con il mercato comune», per i prodotti agricoli e alimentari, ma possibilmente anche in altri campi. Entrare nell’Unione Doganale, viceversa, metterebbe a rischio i patti commerciali che nel frattempo la Gran Bretagna ha firmato con Stati Uniti, India e altri Paesi, osserva il primo ministro. Immediatamente conservatori e populisti di Reform lo hanno accusato di volersi rimangiare la Brexit, violando la volontà popolare manifestata dal referendum di dieci anni or sono. Downing Street ribadisce che la Brexit non si tocca, in particolare il suo principio cardine, quello della libertà di movimento per i lavoratori. Eppure, anche su questo terreno si registra uno spostamento: il rientro nell’Erasmus, il programma di scambi che dall’anno prossimo permetterà ai giovani europei di studiare (e fare un periodo di apprendistato) nel Regno Unito e ai giovani britannici di fare altrettanto nei 27 stati membri della Ue.
La questione di fondo è che quasi il 50 per cento dell’import-export britannico è con l’Europa unita: nessun accordo commerciale con altre nazioni può incidere altrettanto sull’economia. Prima o poi, a Londra qualcuno avrà il coraggio di riconoscere che il re è nudo, indicendo un nuovo referendum sui rapporti con il continente (nel primo referendum sull’Europa, nel 1975, i sì vinsero 67 a 32 per cento). Ma se saranno i populisti di Farage a vincere le elezioni del 2029, come predicono al momento i sondaggi, quel momento dovrà attendere ancora un pezzo. Nel timore di perdere voti, il premier laburista nega ciò che appare sempre più evidente: Londra ha bisogno dell’Europa, così come l’Europa, in un Occidente privato da Trump del sostegno americano, ha bisogno di Londra. Essere o non essere europei, il dilemma inglese, prima o poi dovrà essere affrontato. La lunga marcia attraverso la Manica è cominciata.