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Crisi del lusso, falliscono i magazzini Saks: da Valentino a Zegna, i big italiani fanno i conti

(reuters)

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Il colosso della quinta strada di New York ricorre al chapter 11. Tanti i creditori tra i gruppi della moda italiani
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MILANO- Saks Global, gruppo dei grandi magazzini che controlla anche Neiman Marcus e Bergdorf Goodman, fa istanza di fallimento. Si chiude un lungo capitolo fatto di vetrine scintillanti sulla quinta strada di New York, e se ne apre un altro, quello del chapter 11: procedura di amministrazione controllata che punta a preservare i 14.610 dipendenti a tempo pieno (e oltre 2mila part time), ma pure i 3,4 miliardi di dollari di debiti con investitori, banche e fornitori.

Da Armani a Zegna, tanti i creditori del Made in Italy

Tra questi ci sono tante aziende del Made in Italy, la più esposta è Valentino, controllata da Mayhoola, che vanta 33,2 milioni di dollari di crediti nei confronti del gruppo Usa, segue il Gruppo Zegna (26,3 milioni relat…

MILANO- Saks Global, gruppo dei grandi magazzini che controlla anche Neiman Marcus e Bergdorf Goodman, fa istanza di fallimento. Si chiude un lungo capitolo fatto di vetrine scintillanti sulla quinta strada di New York, e se ne apre un altro, quello del chapter 11: procedura di amministrazione controllata che punta a preservare i 14.610 dipendenti a tempo pieno (e oltre 2mila part time), ma pure i 3,4 miliardi di dollari di debiti con investitori, banche e fornitori.

Da Armani a Zegna, tanti i creditori del Made in Italy

Tra questi ci sono tante aziende del Made in Italy, la più esposta è Valentino, controllata da Mayhoola, che vanta 33,2 milioni di dollari di crediti nei confronti del gruppo Usa, segue il Gruppo Zegna (26,3 milioni relativi anche a Zegna Thom Brown e Tom Ford Fashion), Brunello Cucinelli (21,8 milioni) i profumi di Interparfums (17,3 milioni), Giorgio Armani (10,7 milioni), i gioielli di Roberto Coin (9,7 milioni) e Dolce & Gabbana (9,1 milioni). Ma sono tante le griffe coinvolte, la prima è Chanel (135 milioni), Kering che possiede Gucci (59,9 milioni), Capri Holding (33,3 milioni) che fino a ottobre controllava Versace, il colosso elvetico Richemont (30 milioni), Lvmh che possiede Fendi e Loro Piana (25,9 milioni) e Louboutin (21,5 milioni) partecipata da Exor.

Nuovo management e nuove linee di credito

Con il ricorso al chapter 11, che è accompagnata da un pacchetto di 1,75 miliardi di nuova finanza, è stato nominato come nuovo ceo Geoffroy van Raemdonck al posto di Richard Baker, che era alla guida di Neiman Marcus prima che Saks la rilevasse nel 2024. «Con grande piacere abbiamo appreso che il nostro stimatissimo Geoffroy van Raemdonck è stato nominato ceo di Saks Global — ha detto ieri Brunello Cucinelli — che noi consideriamo uno dei più bei department store del lusso mondiale con cui abbiamo un rapporto trentennale». Simili considerazioni anche dal gruppo Zegna: «Superati questi momenti difficili e sotto la visione e la leadership del nuovo management, ci aspettiamo che Saks Global emerga più forte e continui a essere un partner chiave per il settore e per i nostri brands negli Usa»

La crisi acuita nel 2024, l’esempio virtuoso di Harrods

Le difficoltà finanziarie di Saks Global sono peggiorate proprio nel 2024 dopo l’acquisizione da 2,64 miliardi di dollari di Neiman Marcus voluta da Baker per consolidare il settore approfittando della crisi seguita alla pandemia. Ma troppe insegne, troppi debiti, ingenti costi di affitto o di mantenimento degli immobili di proprietà (tra cui quello storico di New York, asset valutati oltre 1,2 miliardi), nonché la concorrenza dei flagship del lusso e dei big dell’online, hanno messo in ginocchio Saks e le sue controllate. I magazzini Harrods di Londra, invece, sono sempre stati in utile anche perché il loro padrone, in fondo qatariota Qia, in questi anni ha investito tantissimo sul modello di concessioni, sui servizi ai clienti Vip e sul merchandising griffato Harrods.

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