Rapporto Inps: i salari non recuperano l’inflazione. Landini: “Serve una contrattazione annuale”
di Valentina ConteROMA – Dal 2019 al 2024 l’inflazione in Italia è salita di oltre il 17%, mentre i salari lordi sono cresciuti molto meno: +7,4% per il lavoratore mediano, +9,5% in media, +11,2% anche per il 10% più “ricco” tra i dipendenti. In termini reali, cioè al netto dell’aumento dei prezzi, tutti hanno perso potere d’acquisto.
È il quadro che emerge dal Rapporto Inps sulla dinamica delle retribuzioni pubbliche e private presentato oggi dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps, presieduto da Roberto Ghiselli. Numeri che spiegano perché i sindacati tornino a chiedere una svolta del modello contrattuale. Per la Cgil «servono rinnovi quasi annuali», per la Uil un «meccanismo automatico» che agganci i salari all’inflazione.
Landini e Bombardieri: cambiare m…
ROMA – Dal 2019 al 2024 l’inflazione in Italia è salita di oltre il 17%, mentre i salari lordi sono cresciuti molto meno: +7,4% per il lavoratore mediano, +9,5% in media, +11,2% anche per il 10% più “ricco” tra i dipendenti. In termini reali, cioè al netto dell’aumento dei prezzi, tutti hanno perso potere d’acquisto.
È il quadro che emerge dal Rapporto Inps sulla dinamica delle retribuzioni pubbliche e private presentato oggi dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps, presieduto da Roberto Ghiselli. Numeri che spiegano perché i sindacati tornino a chiedere una svolta del modello contrattuale. Per la Cgil «servono rinnovi quasi annuali», per la Uil un «meccanismo automatico» che agganci i salari all’inflazione.
Landini e Bombardieri: cambiare modello
Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil i dati Inps «confermano che esiste una questione salariale». L’inflazione non è stata recuperata e «la precarietà ha abbassato le retribuzioni», ampliando le distanze tra uomini e donne e tra le aree del Paese. Da qui la richiesta di superare i rinnovi triennali o quadriennali: «Non è più possibile fare contratti ogni tre-quattro anni. C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale del salario se si vuole tutelare davvero il potere d’acquisto», con «la certezza del recupero reale dell’inflazione» affidata ai contratti nazionali.
Sulla stessa linea Pierpaolo Bombardieri. Per il segretario generale della Uil «c’è la necessità di recuperare la perdita del potere d’acquisto» e questo richiede «un sistema che si agganci in modo automatico al rinnovo dei contratti». Bombardieri pone anche una questione politica alle imprese e al governo: «Se i contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato alle aziende vanno dati comunque?». Nel mirino finiscono «l’epidemia di contratti pirata» e la debolezza della rappresentanza. Per rilanciare salari e produttività, la Uil punta sulla contrattazione di secondo livello, da «detassare» e da estendere anche in forma territoriale e di filiera, in aggiunta ai contratti nazionali.
Salari lordi sotto i prezzi
Il Rapporto Civ Inps presentato oggi mette in relazione diretta salari e inflazione e mostra quanto il divario sia profondo. Tra il 2019 e il 2024 i prezzi sono cresciuti di oltre il 17%, mentre le retribuzioni lorde sono rimaste molto indietro lungo tutta la distribuzione. Per i lavoratori a tempo pieno e per l’intero anno, i redditi più bassi sono aumentati di poco più del 7%, la mediana del 7,4%, la media del 9,5% e persino il 10% più pagato non ha superato l’11,2%. In nessun punto della piramide salariale gli stipendi hanno tenuto il passo del caro-vita. Mentre la distanza tra retribuzioni elevate e centrali si è ampliata, segnalando che la dinamica è trainata soprattutto da una minoranza di salari alti.
Il buco dei contratti: nove punti sotto l’inflazione
Il quadro è ancora più severo se si guardano le sole retribuzioni contrattuali. L’Inps calcola che tra il 2019 e il 2024 l’aumento nominale dei minimi fissati dai contratti collettivi è rimasto oltre nove punti sotto l’inflazione. È il «gap temporale» dei rinnovi: quando gli aumenti arrivano, spesso lo fanno in ritardo e non riescono a compensare la corsa dei prezzi. Negli ultimi due anni, con l’inflazione in rallentamento e alcuni rinnovi concentrati nel periodo, si è visto un parziale recupero reale, ma non sufficiente a colmare il buco accumulato dopo il 2021.
Il recupero passa dal fisco
Se dal lordo si passa al netto, la fotografia cambia. Grazie a taglio del cuneo, detrazioni e bonus, i redditi medio-bassi hanno recuperato di più: tra il 2019 e il 2024 il netto del 10% più povero è salito del 14,5% e quello della mediana del 16,9%, quasi in linea con l’inflazione. La media e il 10% più ricco, invece, si fermano intorno al +12%. È il segno del fiscal drag: l’inflazione spinge in alto imponibili e imposte, lo Stato incassa di più e poi redistribuisce con agevolazioni fiscali e contributive, soprattutto verso i redditi più bassi. Ma il motore salariale resta debole: senza l’intervento pubblico, il potere d’acquisto sarebbe crollato.
Famiglie: a reggere sono quelle con più percettori
Il Rapporto sposta poi lo sguardo dal lavoratore alla famiglia. Qui emerge un paradosso: l’inflazione è stata più alta per i più poveri – fino a sfiorare il 25% cumulato nel 2023 contro circa il 15% dei più ricchi – eppure i redditi familiari dei quinti bassi sono quelli che tengono meglio. Il motivo non sono gli stipendi, ma il lavoro aggiuntivo.
Nel quinto più povero il numero medio di occupati in famiglia passa da 1,10 nel 2019 a 1,29 nel 2023, mentre nei quinti alti resta sostanzialmente stabile. È questo ingresso di nuovi lavoratori – giovani, spesso nel Mezzogiorno e con bassa istruzione – che consente ai redditi familiari più bassi di crescere anche in termini reali (+8,5%), mentre quelli dei tre quinti più alti scendono in media del 4%. Se si esclude l’effetto dei nuovi occupati, il reddito reale cala per tutti.
Gender pay gap: le donne al 70% dei salari maschili
Dentro questo quadro pesa anche il divario di genere. Nel settore privato, ricorda l’Inps, le donne guadagnano in media il 70% degli uomini: nel 2024 la retribuzione media annua femminile è 19.833 euro, contro quasi 28 mila degli uomini. È vero che dal 2014 al 2024 gli stipendi delle donne sono cresciuti di più, +17,5% contro +13,5% degli uomini, ma il gap resta enorme ed è «solo in parte spiegato» dal minor numero di giornate lavorate (240 contro 251). Segno che pesano segregazione settoriale, carriere più lente e part-time.
Produttività e struttura dell’economia
L’Inps avverte infine che gli incrementi salariali restano legati alla produttività del lavoro, condizionata da fattori strutturali come la composizione settoriale e la bassa innovazione tecnologica. In un’economia dominata da servizi a basso valore aggiunto e piccole imprese, gli aumenti faticano a essere sostenibili senza un salto di produttività.