Da qualche giorno anche in Italia WhatsApp mostra, a partire da ad alcuni utenti, un nuovo avviso: la possibilità di ricevere messaggi da “servizi di terze parti”, quindi altre chat, alternative alla stessa WhatsApp di Meta. È una di quelle novità che all’apparenza sono piccole e tecniche ma dietro alle quali c’è una gigantesca battaglia di diritti, regole e scontri geopolitici tra Stati Uniti e big tech da una parte e la nostra Europa dall’altra.
Quell’apertura è uno dei primissimi effetti concreti del Digital Markets Act (Dma), il pacchetto di norme europee antitrust pensato per ridurre lo strapotere delle grandi piattaforme digitali. Non è finita. Sempre per azione antitrust, su WhatsApp dovrebbero arrivare a breve chatbot alternati…
Da qualche giorno anche in Italia WhatsApp mostra, a partire da ad alcuni utenti, un nuovo avviso: la possibilità di ricevere messaggi da “servizi di terze parti”, quindi altre chat, alternative alla stessa WhatsApp di Meta. È una di quelle novità che all’apparenza sono piccole e tecniche ma dietro alle quali c’è una gigantesca battaglia di diritti, regole e scontri geopolitici tra Stati Uniti e big tech da una parte e la nostra Europa dall’altra.
Lo scontro Usa-Ue si gioca sulle nuove regole digitali. E Trump vuole sfruttare le divisioni europee
Quell’apertura è uno dei primissimi effetti concreti del Digital Markets Act (Dma), il pacchetto di norme europee antitrust pensato per ridurre lo strapotere delle grandi piattaforme digitali. Non è finita. Sempre per azione antitrust, su WhatsApp dovrebbero arrivare a breve chatbot alternativi a MetaAI. Le norme impongono questa regola in Europa, quindi, a cui ora Meta si adegua: se un’altra app di chat lo chiede e rispetta certe condizioni tecniche e di sicurezza, deve poter mandare e ricevere messaggi con gli utenti WhatsApp, senza costringerli a cambiare piattaforma.
Whatsapp e le chat con servizi terzi
Nell’app questo si traduce in una sezione separata, dedicata alle chat con servizi terzi. L’utente deve attivare esplicitamente la funzione nelle impostazioni. Solo dopo l’attivazione, i messaggi provenienti da altre app iniziano ad arrivare. Il contatto scrive dalla propria app, quindi, il messaggio attraversa il “ponte” tecnico imposto dalle regole europee e compare nella sezione dedicata di WhatsApp, con un’indicazione chiara che si tratta di un servizio terzo. Il numero resta lo stesso; quello che cambia è il canale con cui l’altro lo raggiunge.
Per ora i servizi che hanno deciso di collegarsi sono piccoli attori sperimentali, non i grandi concorrenti come Telegram o Signal. L’interoperabilità riguarda soprattutto le conversazioni uno a uno, con testi, foto, audio, video, file. Gruppi e chiamate arriveranno più avanti, quando e se le altre app saranno in grado di gestire il livello di integrazione richiesto. È un ponte selettivo, non ancora una vera “federazione” universale, com’è ad esempio sull’email o su social media alternativi basati su Mastodon (il cosiddetto “Fediverso”).
WhatsApp “aperto”, l’incognita dei costi e i timori sulla sicurezza
Il prezzo è un aumento di complessità. La distinzione fra chat “classiche” e chat con servizi terzi non è banale, e richiede attenzione. Non ogni messaggio che appare su WhatsApp, d’ora in poi, arriva da un altro utente WhatsApp: potrebbe provenire da un’infrastruttura diversa, soggetta a regole di sicurezza e a politiche di gestione dei dati non sempre trasparenti. Sul piano delle regole europee, la linea è chiara: possono circolare solo i dati strettamente necessari a far funzionare l’interoperabilità, nel rispetto delle norme privacy. La cifratura end-to-end (completa) resta attiva sul tratto di comunicazione che coinvolge WhatsApp.
Nella pratica, però, il numero di soggetti coinvolti aumenta. Oltre a Meta, proprietaria di WhatsApp, entra in gioco il fornitore dell’altra app: i suoi server, le sue misure di sicurezza, le sue modalità di gestione di eventuali violazioni di dati. Anche ammesso che la cifratura sia mantenuta in modo corretto durante il transito, i messaggi devono pur sempre essere decifrati da qualche parte per essere letti: se quel punto è più fragile, l’intero sistema si indebolisce.
Su questo terreno si innestano i timori di spam e truffe. L’interoperabilità, se non governata, può diventare un canale comodo per invii massivi di messaggi commerciali, phishing aggressivo, tentativi di estorsione dati. Un servizio terzo poco controllato o intenzionalmente malevolo potrebbe sfruttare l’accesso alla rete di WhatsApp per “bussare” a un numero enorme di utenti, con la forza dell’apparente legittimità: il messaggio arriva dentro un’app percepita come familiare, e quindi tende a essere preso più sul serio rispetto a un sms o a una mail qualsiasi.
Meta studia le contromisure
Meta promette contromisure: avvisi che evidenziano quando una conversazione coinvolge un servizio esterno, possibilità di bloccare non solo il singolo contatto ma l’intero servizio, soglie tecniche per limitare gli invii massivi. I regolatori, da parte loro, hanno tutto l’interesse a evitare che il Dma si trasformi in un cavallo di Troia per nuove forme di abuso. Ma si tratta di un equilibrio delicato: chi impone troppe restrizioni rischia di svuotare di senso l’interoperabilità; chi ne impone troppo poche, espone gli utenti a un mare di rumore. L’IA è il prossimo fronte. La Commissione europea ha aperto un’indagine per verificare se Meta stesse usando la posizione dominante di WhatsApp per favorire il proprio chatbot a scapito degli altri. L’Autorità garante della concorrenza italiana ha accelerato di recente per l’apertura a chatbot terzi.
Il principio di fondo, sposato dall’Ue, è appunto quello di costringere le big tech ad aprire i propri giardini recintati, dove hanno accumulato potere su dati, relazioni, pubblicità. Se possiamo scrivere a utenti WhatsApp senza installare quest’app di Meta, il potere della big tech si relativizza. Idem se potessimo interagire con utenti Facebook (o altro social network) senza stare in quel mondo, ma utilizzando servizi terzi. Oppure cambiare social mantenendo la propria rete di contatti, che sono relazioni e, per le aziende, business. Al momento è solo un’utopia, per quello che internet è diventata ora, molto diversa dalla prateria aperta e ricca di servizi interoperabili che era all’origine. L’Europa del resto non può tirare troppo la corda nello scontro con le big tech, date le tensioni già in atto con la presidenza Usa, più volte scesa in campo per difendere i propri campioni tech nazionali dalle regole Ue. Al momento, ci si può accontentare dell’apertura di WhatsApp. Un piccolo passo per l’utente, ma una grossa sfida per la politica della rete.