Banche e criptovalute: prove di convivenza dopo le vecchie ruggini
di Carlotta ScozzariDa “relazione complicata” a “lavori in corso”, se non proprio in vista di un matrimonio almeno di una convivenza pacifica. Sarebbero, con ogni probabilità, queste le espressioni usate per descrivere su un social network com’è cambiato negli ultimi anni il rapporto tra banche tradizionali e bitcoin. Appaiono così sempre più lontani gli inizi di questo decennio, quando Bper chiudeva i conti di chi negoziava criptovalute su Conio (correva l’anno 2020). Mentre appena quattro anni fa scatenava l’ira dei clienti amanti dei bitcoin un messaggio di Unicredit su Twitter (oggi X), che prendeva le distanze da «controparti emittenti valute virtuali o che agiscono da piattaforme di scambio».
Oggi invece proprio il gruppo guidato da Andrea Orcel è quello che meglio testimonia il mutamento in corso: a luglio, ha lanciato un certificato, riservato a clienti professionali, legato all’Etf iShares Bitcoin Trust. «L’obiettivo - spiega Luca Colombo, group strategy di Unicredit - è fornire la possibilità …
Da “relazione complicata” a “lavori in corso”, se non proprio in vista di un matrimonio almeno di una convivenza pacifica. Sarebbero, con ogni probabilità, queste le espressioni usate per descrivere su un social network com’è cambiato negli ultimi anni il rapporto tra banche tradizionali e bitcoin. Appaiono così sempre più lontani gli inizi di questo decennio, quando Bper chiudeva i conti di chi negoziava criptovalute su Conio (correva l’anno 2020). Mentre appena quattro anni fa scatenava l’ira dei clienti amanti dei bitcoin un messaggio di Unicredit su Twitter (oggi X), che prendeva le distanze da «controparti emittenti valute virtuali o che agiscono da piattaforme di scambio».
Oggi invece proprio il gruppo guidato da Andrea Orcel è quello che meglio testimonia il mutamento in corso: a luglio, ha lanciato un certificato, riservato a clienti professionali, legato all’Etf iShares Bitcoin Trust. «L’obiettivo - spiega Luca Colombo, group strategy di Unicredit - è fornire la possibilità di operare in questi strumenti con un approccio mirato, graduale e attento, poiché le criptovalute sono molto volatili. Inoltre, ora i clienti con un profilo di adeguata conoscenza possono accedere a questa asset class tramite Etn (Exchange traded note), strumenti regolamentati e liquidi, avendo a disposizione un chiaro quadro informativo (Q&A) per decisioni di investimento autonome e consapevoli».
Come si investe in criptovalute
Con il lancio del certificato, Unicredit si è guadagnata il titolo di prima banca tradizionale italiana a offrire alla clientela un’esposizione sulle criptovalute, tramite derivati. Una circostanza, quest’ultima, messa bene in evidenza in un report interno di Intesa Sanpaolo datato 15 dicembre 2025, dove il gruppo guidato da Carlo Messina offre una carrellata puntuale delle iniziative delle banche europee in campo di bitcoin e dintorni. Come il documento prova, la stessa Intesa risulta molto interessata al mercato, al punto che, dopo che già un anno fa era trapelato un suo investimento diretto in bitcoin, oggi sembra stia studiando il lancio di alcuni prodotti specifici per la clientela. Pare che nei mesi scorsi, a valle di una serie di test, la prima banca italiana per sportelli abbia già messo a punto uno strumento, con ogni probabilità un Etf, legato a bitcoin. Un prodotto che, in un primo momento, Intesa pensava di annunciare entro il 2025 e che, a questo punto, potrebbe trovare spazio con la presentazione del nuovo piano industriale, in calendario per il 2 febbraio.
Le prime due banche italiane sono dunque in movimento nel settore delle cripto. «Sembra passato un secolo - commenta Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano - dal 2022, quando le banche italiane apparivano in antitesi rispetto alle criptovalute. Ora invece c’è l’intenzione di abbracciare il settore. Un primo forte segnale in questo senso è arrivato un anno fa, quando si è saputo che Intesa Sanpaolo aveva acquistato 11 bitcoin». Tale investimento, dopo il recente arretramento dai massimi di ottobre della moneta fondata sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, oggi vale poco più di 1 milione, più o meno come un anno fa. «Le banche, insomma, si stanno guardando attorno - osserva Portale - anche nel contesto della sempre maggiore diffusione di Etf collegati a cripto. Una grande spinta è, inoltre, arrivata da un quadro normativo europeo più chiaro, grazie al regolamento Mica (Markets in crypto-assets), che sancisce che con apposite licenze si possono gestire questi strumenti».
Quali servizi chiede alle banche chi investe in bitcoin
Come fa notare Michele Mandelli, managing partner di CheckSig, «il 2025 ha segnato la piena affermazione delle criptoattività nella finanza tradizionale. Grazie al regolamento Mica, la loro adozione ha preso piede anche in Unione europea, sostenuta da un quadro normativo più chiaro e da maggiori tutele per gli investitori. A entrare nel mercato ormai non sono più solo le banche digitali come Revolut e N26 ma anche i grandi gruppi tradizionali come Bbva, Santander e Commerzbank». Proprio da un sondaggio di CheckSig emerge come chi investe in cripto vorrebbe ottenere dalla propria banca tutta una serie di servizi, dalla sicurezza dell’attività fisica alla consulenza finanziaria e fiscale senza dimenticare la possibilità di fare trading. «I grandi gruppi - sottolinea Portale - trainano il cambiamento ma ci sono anche operatori come Banca Sella (con la controllata digitale Hype) che sono sempre stati molto attenti a queste tematiche. L’ingresso nel settore di grandi istituti di credito tradizionali consente di trasmettere fiducia anche ai risparmiatori più scettici e timorosi di insidie e truffe». Che nel settore finora non sono mancate, considerata la relativa facilità con cui le cripto possono essere utilizzate per attività illegali.
Portale evidenzia, inoltre, come sia in corso «un cambiamento sostanziale di approccio nei confronti delle stablecoin», ossia strumenti di pagamento digitali ancorati a una singola valuta o a un paniere. Qui, aggiunge la direttrice dell’Osservatorio del Politecnico, «Unicredit è in prima linea per il lancio di una nuova moneta». Il riferimento è al consorzio tra banche europee Qivalis, di cui fanno parte anche le due italiane Unicredit e Banca Sella, che di recente ha annunciato il lancio, atteso per la seconda metà del 2026, di una stablecoin denominata in euro e conforme alla normativa Mica. «Siamo entrati in questo progetto - spiega Colombo - per fronteggiare l’avanzata delle stablecoin denominate in dollari, che dominano il mercato, perché riteniamo che la sovranità monetaria europea sia una priorità assoluta e che una risposta comune e sistemica sia l’unica strada percorribile. Più in generale, pensiamo che la blockchain possa migliorare l’operatività su alcuni strumenti e intendiamo giocare un ruolo da leader nella tokenizzazione degli asset». Non ci sono invece gruppi italiani nel consorzio, composto tra gli altri da Citi, Ubs, Deutsche Bank e Barclays, che sta studiando il lancio di stablecoin ancorate alle principali valute del G7, con l’obiettivo di competere con le big del settore denominate in dollari Tether e Usd Coin (Circle).
Va, inoltre, segnalato il progetto di stablecoin in euro Eur-Bank a cui sta lavorando Bancomat, sostenuto dai suoi azionisti Intesa Sanpaolo e Banco Bpm (tra i soci c’è anche Unicredit). Insomma, la partita intorno alle valute digitali non riguarda solo la concorrenza tra i grandi gruppi italiani ma chiama in causa anche la geopolitica, con l’obiettivo di rafforzare l’Ue in un nuovo contesto internazionale.
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