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Ignatieff: “Donald Trump sta dividendo il mondo in blocchi, ma l’Europa deve resistere”

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Per lo storico della Central European University andiamo verso tre sfere d’influenza globali con Cina e Russia. In questo contesto è cruciale che l’Ue agisca unita
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Le politiche internazionali di Donald Trump stanno delineando un nuovo ordine mondiale — ma faremmo meglio a chiamarlo disordine — che tende a una divisione in tre blocchi: Usa, Russia e Cina. Emisferi d’influenza, con scarsa connessione tra loro. Allo stesso tempo, le norme universali del diritto internazionale sono costantemente sfidate. E si riaffermano logiche di potere basate solo su interessi nazionali. In questo contesto un’Europa unita è cruciale: blocco indipendente e autonomo di democrazie». Michael Ignatieff, ex docente di Storia ad Harvard, ex leader del partito liberale canadese — Paese in cui è nato — è fra i più acuti intellettuali contemporanei. Dopo esserne stato rettore, oggi insegna alla Central European University di Vienna, l’università fondata da George Soros a Budapest nel 1991, poi costretta a spostare la sede in Austria per essere finita sulla lista nera di Orbán.

Dal Venezuela alla Groenlandia, da Gaza all’Iran, Trump prova a riscrivere gli equilibri globali…

Le politiche internazionali di Donald Trump stanno delineando un nuovo ordine mondiale — ma faremmo meglio a chiamarlo disordine — che tende a una divisione in tre blocchi: Usa, Russia e Cina. Emisferi d’influenza, con scarsa connessione tra loro. Allo stesso tempo, le norme universali del diritto internazionale sono costantemente sfidate. E si riaffermano logiche di potere basate solo su interessi nazionali. In questo contesto un’Europa unita è cruciale: blocco indipendente e autonomo di democrazie». Michael Ignatieff, ex docente di Storia ad Harvard, ex leader del partito liberale canadese — Paese in cui è nato — è fra i più acuti intellettuali contemporanei. Dopo esserne stato rettore, oggi insegna alla Central European University di Vienna, l’università fondata da George Soros a Budapest nel 1991, poi costretta a spostare la sede in Austria per essere finita sulla lista nera di Orbán.

Dal Venezuela alla Groenlandia, da Gaza all’Iran, Trump prova a riscrivere gli equilibri globali.

«In termini di potere, è difficile capire perché chi vuol “rendere grande l’America” si allontani dalle responsabilità globali finora accettate, per “accontentarsi” di responsabilità emisferiche — sia pur estese dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco — abbandonando 27 paesi europei con cui è alleata dal 1945. A muoverlo, sono diverse spinte».

Prego.

«Conta l’isolazionismo nazionalista, antica pulsione americana molto cara alla sua base. E anche l’astio di Trump e i suoi verso i valori liberaldemocratici europei: inclusione, parità dei sessi, multiculturalismo, e così via».

Anche a scapito dell’Alleanza Atlantica?

«Sì. Per la prima volta dal 1945 ci troviamo contrapposti a un governo che chiede all’Europa una sola cosa: fedeltà alla sua ideologia. D’altronde, per Trump non esiste passato: nemmeno aver combattuto insieme in Afghanistan e Iraq, come hanno fatto i danesi cui ora vuol sottrarre la Groenlandia. L’Europa gli è nemica perché non completamente allineata a lui, che comunque non crede alla diplomazia, né al mantenimento delle relazioni».

E allora come intende costruire il nuovo ordine mondiale?

«Mira a stipulare accordi che generino vantaggi finanziari diretti per gli Stati Uniti. Ad esempio, non gli importa se il Venezuela è governato da un regime. Non vuol gestire nulla, aspira solo al petrolio. Né gli importa che esistano trattati che già gli danno diritto a nuove basi in Groenlandia. Indifferente al diritto internazionale, vuol possedere quel territorio solo per annetterlo alla sfera d’influenza statunitense. Infine, mira a ottenere vantaggi personali per sé, la sua cerchia e la sua famiglia».

Come la mettiamo con Cina e Russia?

«Gli sta dando un potere enorme. E questo apre a un futuro difficile per gli stessi Stati Uniti, che si troveranno presto con due rivali sempre più forti e influenti nel resto del mondo, la Cina in particolare. Una contraddizione destinata a esplodere. Alla lunga, gli americani non accetteranno il fatto che la rivoluzione Maga regali a Pechino il dominio dell’Asia orientale».

L’ex capo della Nato Anders Fogh Rasmussen ha detto al Financial Times che l’interesse americano sulla Groenlandia è un’“arma di distrazione di massa dalla guerra russa in Ucraina”.

«Ma non ne hanno bisogno. Gli americani hanno già abbandonato l’Ucraina, chiedono all’Europa di fornire armi e sostegno finanziario per permettere a Kiev di difendersi: e difendere così l’Europa. Una minaccia diretta che gli Stati baltici avvertono già e prima o poi sarò sentita anche dal resto dei Paesi del Vecchio Continente».

Qual è il ruolo della Nato in questo contesto?

«Se Trump si prende la Groenlandia, la Nato è finita. Se tiene il punto e gli sopravvive, dovremo immaginare un’alleanza senza gli Stati Uniti, col solo Canada come partner atlantico. A proteggere l’Europa, saranno armi nucleari britanniche e francesi. E forse, bisognerà sviluppare oltre le capacità difensive. Peserà sui bilanci, ma è necessario e fattibile. L’Europa ha le risorse e le capacità tecnologiche per difendersi».

E l’Unione Europea?

«Non deve inginocchiarsi a Trump in alcun modo: deve capire che lui non va accontentato, solo dissuaso. E ricordare che quando Pechino reagì alla guerra dei dazi con la stessa moneta, Trump finì per fare marcia indietro. L’Europa deve rispondere con contro dazi all’affondo contro i paesi che hanno scelto di sostenere la Groenlandia. Unita, può farcela e darebbe forza anche a molti americani»

In patria, Trump cala nei sondaggi.

«Molti pensano che stia andando nella direzione sbagliata. Ma lui non se ne cura, sebbene tenga molto alla sua legacy. Vuole essere ricordato come colui che ha sconfitto la social democrazia inclusiva e l’internazionalismo liberale: il presidente che ottiene la pace attraverso l’uso della forza. Immortale perché trasformativo».

Lei sostiene che fattori interni trainano la sua politica estera.

«Le sue politiche interne si basano sull’idea che la legge freni troppo i suoi poteri presidenziali. Fulcro della dottrina Trump è: “Lo faccio finché non mi fermano”: da Minneapolis, al Venezuela e alla Groenlandia, sfida la legge finché non trova ostacoli. Per questo gli europei devono fargli muro. Ricordandosi che all’interno degli Stati Uniti il sistema legale non si è arreso e gli pone limiti costanti. E la democrazia americana non è ancora crollata. Ecco, il sistema internazionale deve fare lo stesso».

Intanto sta dando una spallata pure a i stituzioni come l’Onu.

«Un tempo gli Stati Uniti ritenevano che le organizzazioni internazionali non li limitassero: ma, anzi, ne aumentassero la sfera d’’influenza. Trump ha capovolto anche questo. Si sente come il gigante Gulliver, intrappolato da mille fili tirati dai pigmei. Quei fili sono appunto le organizzazioni internazionali e vuole strapparli per dominare il mondo. Purtroppo, dobbiamo considerare la possibilità che l’Onu scompaia. La Russia al suo interno è uno stato ribelle già da 15 anni. Se anche gli Stati Uniti lo diventano, le Nazioni Unite saranno impantanate. Questo è un altro motivo per cui l’Europa deve superare le divisioni e agire come organismo internazionale coeso».

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