✕

Scontro Usa-Ue, Von der Leyen attacca: “La risposta sarà inflessibile. Pieno impegno per l’Artico”

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a Davos  

 

Ascolta l'audio

A Davos l’avvertimento della presidente della Commissione agli Stati Uniti. Lutnick: “Occhio per occhio”. L’escalation affossa i mercati europei e americani
2 minuti di lettura

DAVOS – Un patto è un patto, in politica come nel business», dice Ursula von der Leyen dal palco del World economic forum di Davos. Usa proprio la parola tanto cara a Trump, grande artista dei deal, per spiegare che sulla Groenlandia «sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili», che la minaccia di ulteriori dazi «è un errore» e che l’Europa risponderà in maniera «inflessibile, unitaria e proporzionale». Ma la stessa parola può avere significati diversi a seconda di chi la pronuncia, e in fondo è tutta qui la distanza che si sta spalancando tra le sponde dell’Atlantico. Che i patti vadano rispettati, legge fondamentale del diritto internazionale, per Trump non vale. Per lui vale la legge del più forte, cioè degli interessi americani.

DAVOS – Un patto è un patto, in politica come nel business», dice Ursula von der Leyen dal palco del World economic forum di Davos. Usa proprio la parola tanto cara a Trump, grande artista dei deal, per spiegare che sulla Groenlandia «sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili», che la minaccia di ulteriori dazi «è un errore» e che l’Europa risponderà in maniera «inflessibile, unitaria e proporzionale». Ma la stessa parola può avere significati diversi a seconda di chi la pronuncia, e in fondo è tutta qui la distanza che si sta spalancando tra le sponde dell’Atlantico. Che i patti vadano rispettati, legge fondamentale del diritto internazionale, per Trump non vale. Per lui vale la legge del più forte, cioè degli interessi americani.

E così il World economic forum di Davos, alla vigilia dell’arrivo del presidente americano, diventa il palcoscenico della nuova crisi transatlantica, che risucchia ogni altro tema. Nel suo discorso la presidente della Commissione, come sempre, non fa nulla per attizzare le fiamme. Quel lavoro, semmai, lo lascia a Macron che parlerà dallo stesso palco della sala grande un paio di ore dopo. Non cita né i controdazi da 93 miliardi, né tanto meno lo strumento anti-coercizione, le armi che l’Unione potrebbe usare. Spiega che il popolo americano «non è solo alleato, ma anche amico». Propone a Washington di lavorare insieme per la sicurezza dell’Artico. Riconosce perfino il ruolo di Trump «nello spingere avanti il processo di pace in Ucraina».

In attesa del suo però, la nutrita truppa Maga che lo ha anticipato in Svizzera non sembra in vena di distensioni. Il segretario al Commercio Lutnick consiglia all’Europa di «ridurre la pressione», aggiungendo che si troverebbe a fronteggiare delle controritorsioni «occhio per occhio» e che se mai l’accordo commerciale siglato a luglio dovesse essere modificato, «lo sarebbe a suo svantaggio».

Gli fa eco il rappresentante per il commercio Greer, aggiungendo che usare il bazooka anti-coercizione sarebbe «imprudente». Non troppo più conciliante il segretario al Tesoro Bessent: «Non reagite, rilassatevi, abbiate una mente aperta: il presidente sarà qui domani».

Il gioco è chiaro, lo stesso già visto qualche mese fa: minacciare, far paura, provare a dividere l’Europa. Non è detto che non riesca, le sensibilità tra le capitali restano diverse, ma di certo questa volta appare un po’ più difficile. Tutti hanno capito che ingoiare un rospo, come fu quell’accordo commerciale asimmetrico formato in Scozia, non garantisce nulla. E questa volta non è solo economia, ma una questione di sovranità territoriale. Lo stesso Trump poi appare più debole sul fronte del consenso interno, popolare e nel suo partito, anche se non è chiaro se questo lo renda più malleabile o ancora più incline al rischio. Fatto sta che secondo Politico, nel consiglio europeo di emergenza che si terrà domani, la Germania - in passato riluttante - si unirà alla Francia nel chiedere alla Commissione di esplorare l’utilizzo del bazooka anti-coercizione.

Qualche messaggio lo hanno mandato anche i mercati. La possibilità di una nuova escalation commerciale ha fatto cadere (non crollare) per il secondo giorno le Borse europee, ma anche di più Wall Street, con perdite dell’ordine del 2%. Soprattutto, si vedono segni di quel “vendere l’America” che è seguito alle mosse più estreme di Trump, spingendolo alla ritirata (il famoso Taco): dollaro giù, rendimento dei titoli di Stato Usa su, oro a nuovi record storici.

Sarà così anche questa volta? Difficile, nel caso, che un ripensamento si manifesti già domani, considerato il combattivo editoriale sul Financial Times con cui proprio Lutnick ha anticipato l’arrivo di Trump: «Non siamo a Davos per sostenere lo status quo, ma per fronteggiarlo di petto (...) e rendere chiaro a tutti che con il presidente Trump il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città». Lo sceriffo parlerà dal palco nel primo pomeriggio, poi avrà vari incontri con una ancora imprecisata serie di leader, tra cui probabilmente la stessa Von der Leyen. Dice il presidente finlandese Stubb, tra gli europei a lui più vicini, che «gli ultimi colloqui sulla Groenlandia gli danno speranza».

Comunque vada, resta il punto su cui Von der Leyen insiste, ricordando lo shock creato da Nixon - il presidente a cui Trump viene spesso associato, anche per l’uso dell’irrazionalità come arma geopolitica - quando decise di abbandonare la convertibilità aurea del dollaro, facendo crollare il sistema di Bretton Woods. «La lezione è la stessa: il mondo è cambiato in modo definitivo e l’Europa deve accelerare la spinta per la propria indipendenza».

Leggi i commenti