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Zettelmeyer (Bruegel): “L’Europa è pronta a rispondere a Trump, Meloni dovrà fare una scelta”

Jeromin Zettelmeyer, direttore del think tank Bruegel 

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L’economista direttore del think tank: “C’è un consenso su attivare controdazi e strumento anti-coercizione. Il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato in modo strutturale”
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DAVOS – “L’Europa deve dare una risposta forte a Trump e questa volta tra i leader c’è un consenso per farlo”, dice Jeromin Zettelmeyer, economista tedesco e direttore del think tank Bruegel, mentre l’aereo del presidente americano sta per atterrare a Davos e sulla Groenlandia si infiamma una nuova crisi transatlantica. Ce n’era già stata una sui dazi qualche mese fa, prima dell’intesa in Scozia.

Questa è più profonda, una frattura strutturale?

“Secondo me lo spartiacque era già arrivato a febbraio, con il discorso del vicepresidente JD Vance alla conferenza per la sicurezza di Monaco, con il supporto esplicito alle forze di estrema destra europee e la totale assenza di apprezzamento per la nostra storia. Lì è diventato chiaro a molto che la relazione è cambiata in modo fondame…

DAVOS – “L’Europa deve dare una risposta forte a Trump e questa volta tra i leader c’è un consenso per farlo”, dice Jeromin Zettelmeyer, economista tedesco e direttore del think tank Bruegel, mentre l’aereo del presidente americano sta per atterrare a Davos e sulla Groenlandia si infiamma una nuova crisi transatlantica. Ce n’era già stata una sui dazi qualche mese fa, prima dell’intesa in Scozia.

Questa è più profonda, una frattura strutturale?

“Secondo me lo spartiacque era già arrivato a febbraio, con il discorso del vicepresidente JD Vance alla conferenza per la sicurezza di Monaco, con il supporto esplicito alle forze di estrema destra europee e la totale assenza di apprezzamento per la nostra storia. Lì è diventato chiaro a molto che la relazione è cambiata in modo fondamentale, che gli Stati Uniti non erano più l’egemone benevolo, che avrebbero potuto usare la coercizione. Era una corrente presente da tempo negli Stati Uniti, ma è arrivata al potere, e da qui in avanti potrà sempre tornare. Questo rende la rottura permanente. Ciò non toglie che questa crisi possa fare la differenza”.

In che senso?

“C’era stato l’accordo di luglio sui dazi in cui l’Europa si era piegata agli americani credendo di poter comprare la pace, una umiliazione imbarazzante. Ora è chiaro che il calcolo tra costi e benefici fosse sbagliato: con Trump non si può comprare la pace. Poi c’è l’elemento di sicurezza, il fatto che tratta la Groenlandia in modo non troppo diverso dal modo in cui Putin tratta l’Ucraina. Non c’è invasione, ma c’è un’offerta che non si può rifiutare”.

Eppure l’Europa pare comunque divisa tra i Paesi più duri, come la Francia, e quelli più vicini a Trump, che non vogliono alzare il livello dello scontro.

“Dato per scontato che la Groenlandia non si può cedere, possiamo fare due cose: tenere il punto ma non fare nulla, oppure rispondere alla minaccia dei dazi. Mi pare che ci sia un forte consenso sulla seconda, applicando i 93 miliardi di controdazi e anche attivando, ma non per forza subito usando, lo strumento anti-coercizione. Così si sarebbe a Trump la possibilità di calmarsi. Se poi questo non avvenisse, e anzi rilanciasse, si dovrebbe rivalutare”.

Qualche mese fa la Germania di Merz fu molto prudente per timore dei costi economici, ora ha cambiato posizione?

“Credo di sì. Il fatto che Trump minacci direttamente un Paese europeo come la Danimarca supera una linea rossa”.

La premier italiana Meloni prova da mesi a stare in mezzo alle parti. Potrà ancora farlo o giovedì, quando il Consiglio europeo deciderà cosa fare, dovrà scegliere da che parte stare?

“Io credo che Meloni possa continuare a giocare sui due campi, invocare il dialogo e una linea più morbida, ma se la può cavare fintantoché questo non ostruisce o divide l’Europa, quello che Trump vuole. Nel concreto: va bene se l’Italia non vota contro il pacchetto iniziale di ritorsioni”.

E se poi Trump alzerà ancora la posta?

“Non si può dire ora, bisognerà rivalutare e lì le divisioni potrebbero emergere. Rispetto alla scorsa estate Trump ha perso supporto popolare e anche dentro il suo partito, pure per molti repubblicani la Groenlandia è una linea rossa. Può essere un argomento per essere ancora più duri, ma al momento non è chiaro”.

La sua debolezza non è anche un argomento per chi dice di temporeggiare e vedere cosa succede alle elezioni di Midterm?

“Abbiamo comunque bisogno di mandare un segnale agli americani e all’establishment di politica estera sul fatto che mosse del genere hanno un costo. In caso contrario, se ci facciamo schiacciare, anche chi pensa che la mossa di Trump sia assurda potrebbe convincersi che avere un presidente folle come Trump sia vantaggioso, perché crea forza negoziale”.

È possibile, come temono alcuni Europei, che in caso di scontro aperto Trump decida di abbandonare definitivamente l’Ucraina a se stessa?

“Non è chiaro, ma è un rischio. Per questo dico che una ritorsione più forte andrebbe valutata in un secondo tempo”.

L’Europa sta facendo abbastanza per rendersi autonoma?

“Ci siamo riarmando, ma in modo molto parrocchiale: non c’è una reale integrazione delle forze armate o degli acquisti. Spendiamo di più, ma dentro i confini nazionali. È possibile che la debolezza che stiamo di nuovo sperimentando in questi giorni ci convinca che è il modo sbagliato. E se la difesa comune diventa una questione così esistenziale, perfino le destre sovraniste potrebbero supportare una maggiore integrazione. In questo la Groenlandia potrebbe fare la differenza”.

I mercati cadono, ma non crollano. C’è la fiducia che l’economia sia immune a questo disordine?

“In tedesco si dice: niente viene mangiato alla stessa temperatura a cui è cotto. C’è l’idea che Trump abbia ma non morda, che dopo gli annunci folli le cose si possano qualche volto risolvere in modo accettabile. Secondo me i mercati sottovalutano il rischio: la possibilità che questa crisi degeneri in una guerra commerciale aperta è significativa”.

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