Consob, Tajani non cede. Meloni rassicura Freni
di Tommaso Ciriaco , Giuseppe ColomboROMA - Alza il telefono per spiegare. Per rassicurare. Per dire a Federico Freni, il sottosegretario leghista candidato alla presidenza della Consob, che il rinvio della nomina al consiglio dei ministri di martedì scorso è stato un incidente. Non uno stop. Non per lei, sottolinea Giorgia Meloni, alludendo alla contrarietà di Antonio Tajani, che non vuole un politico alla guida dell’Autorità di vigilanza sui mercati. Il nodo è tutto qui. La premier lo affronta di petto. Ricostruisce i passaggi sbagliati. L’intreccio delle questioni internazionali - è il ragionamento - ha complicato tutto. Difficile gestire tutti i dossier salendo e scendendo in continuazione da un aereo.
Il viaggio in Asia è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il ritorno a Roma a poch…
ROMA - Alza il telefono per spiegare. Per rassicurare. Per dire a Federico Freni, il sottosegretario leghista candidato alla presidenza della Consob, che il rinvio della nomina al consiglio dei ministri di martedì scorso è stato un incidente. Non uno stop. Non per lei, sottolinea Giorgia Meloni, alludendo alla contrarietà di Antonio Tajani, che non vuole un politico alla guida dell’Autorità di vigilanza sui mercati. Il nodo è tutto qui. La premier lo affronta di petto. Ricostruisce i passaggi sbagliati. L’intreccio delle questioni internazionali - è il ragionamento - ha complicato tutto. Difficile gestire tutti i dossier salendo e scendendo in continuazione da un aereo.
Il viaggio in Asia è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il ritorno a Roma a poche ore dal cdm diventa l’immagine plastica di una costruzione politica della riunione che è mancata. Tradotto: non c’è stato tempo per ragionare al meglio con il leader di Forza Italia, per mettere tutti i tasselli al proprio posto.
Ma ora l’impegno della presidente del Consiglio è trovare personalmente una soluzione, per il nome da promuovere alla Consob si riparte dal vice di Giancarlo Giorgetti al Mef. D’altronde - spiegano fonti di governo - la candidatura di Freni aveva già ricevuto un vaglio positivo da parte dei due sottosegretari a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.
Insomma, tutto sembrava pronto per l’indicazione, ma poi le cose sono andate diversamente. A ridosso del consiglio è spuntato anche l’endorsement di Tajani a Federico Cornelli, uno dei commissari dell’Authority. Una mossa che non è piaciuta a una fetta del partito. L’umore nero di alcuni dirigenti vicini alla famiglia Berlusconi - da Giorgio Mulè a Deborah Bergamini - indica una tensione. Un messaggio informale che potrebbe suonare così: da Arcore nessuna barricata contro Freni.
Per ricomporre il disordine dell’ultimo miglio, la strada è di fatto obbligata. Usare il bilancino delle nomine. La contropartita per Forza Italia passerebbe dalla presidenza dell’Antitrust: un’Authority di stampo economico, in linea con la volontà degli azzurri di evitare il triplete leghista in economia. In questo ambito, infatti, il Carroccio può già contare su due caselle al Tesoro, che diventerebbero tre con Freni alla Consob. Ma per far rientrare l’irritazione di Tajani potrebbe servire di più. Ecco perché ha preso piede l’idea di tirare dentro il perimetro delle concessioni agli azzurri anche il rebus della presidenza della Rai.
La premier vuole chiudere la partita in fretta, anche perché i rapporti tra alleati si fanno sempre più incandescenti. L’ultimo round è al vetriolo. «La Consob – incalza Tajani - non deve essere parte di una spartizione tra i partiti, ma va affidata alla guida di una persona di alto livello». Per sostanziare il suo no al profilo politico, Tajani insinua un dubbio: la legge «lo impedisce». E ancora, più in generale: «Vogliamo vincere le prossime elezioni e avere un governo più equilibrato verso il centro». Fonti della Lega ribattono citando la legge Frattini: «Nessun divieto o incompatibilità. D’altronde nel 2010 (governo Berlusconi IV) fu proprio FI ad indicare l’allora viceministro al Mef Vegas come presidente dell’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari. Due pesi e due misure?». «Non mi faccio imporre nulla da nessuno - ribatte Tajani - Se c’è una proposta che arriva in cdm, della quale io non ero stato informato, non la voto». Ora tocca a Meloni.