Crescita lenta, debito alto e IA. L’Fmi: “Abbiamo un problema”
dal nostro inviato Filippo SantelliKristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, sul palco di Davos
DAVOS - La Davos travolta dall’uragano Trump si chiude con un incontro che più antitrumpiano non si può, nei toni e nelle affiliazioni. Sul palco la francese Christine Lagarde, numero uno della Bce, la direttrice del Fondo monetario Kristalina Georgieva e quella dell’Organizzazione mondiale del commercio Ngozi Okonjo-Iweala: rappresentano le istituzioni che il presidente americano cerca di demolire. Ma ora che lui e la truppa Maga sono ripartiti, provano a offrire una lettura del futuro più distesa: «Non c’è una rottura dell’ordine, dal punto di vista economico restano le dipendenze reciproche, ma ci serve un piano B», dice Lagarde, rispondendo alla diagnosi del premier canadese Carney. «Non si tornerà al passato, ma il 70% del commercio globale avviene ancora secondo le regole del Wto», per Okonjo-Iweala. E Georgieva definisce la crescita globale «bella», tutto considerato, «ma non abbastanza»: il Fondo la proietta per quest’anno al 3,3% e al 3,2 nel 2027.
Vero che il contesto è camb…
DAVOS - La Davos travolta dall’uragano Trump si chiude con un incontro che più antitrumpiano non si può, nei toni e nelle affiliazioni. Sul palco la francese Christine Lagarde, numero uno della Bce, la direttrice del Fondo monetario Kristalina Georgieva e quella dell’Organizzazione mondiale del commercio Ngozi Okonjo-Iweala: rappresentano le istituzioni che il presidente americano cerca di demolire. Ma ora che lui e la truppa Maga sono ripartiti, provano a offrire una lettura del futuro più distesa: «Non c’è una rottura dell’ordine, dal punto di vista economico restano le dipendenze reciproche, ma ci serve un piano B», dice Lagarde, rispondendo alla diagnosi del premier canadese Carney. «Non si tornerà al passato, ma il 70% del commercio globale avviene ancora secondo le regole del Wto», per Okonjo-Iweala. E Georgieva definisce la crescita globale «bella», tutto considerato, «ma non abbastanza»: il Fondo la proietta per quest’anno al 3,3% e al 3,2 nel 2027.
Vero che il contesto è cambiato: per tutte è un mondo con incertezze strutturali e più esposto agli shock, geopolitici e non. Serve però «distinguere il rumore dal segnale» (Lagarde) e concentrarsi sui nodi strutturali. Per Georgieva uno è il livello di debito globale «appeso al nostro collo», che una crescita «non abbastanza forte», e con rischi al ribasso, potrebbe rendere insostenibile. «Quindi – sostiene – abbiamo un problema».
In questo momento la migliore candidata a darle la spinta che serve è l’Intelligenza artificiale. Il consenso – non solo tra chi la fa o ci investe – è che sia una tecnologia trasformativa, con un impatto notevole sulla produttività. Georgieva spiega che secondo gli studi dell’Fmi «il 60% dei lavori sarà influenzato, trasformato o eliminato: è uno tsunami». La buona notizia è che i lavoratori che già la applicano guadagnano di più. Due le cattive: gli algoritmi tendono a rimpiazzare i compiti più basilari affidati ai neoassunti, che potrebbe penalizzare; mentre i lavori non toccati, sebbene restino, sono pagati meno.
Vincitori e vinti: il rischio è che si allarghino ancora le diseguaglianze, tra Paesi e nei Paesi. Un tema che pare ai margini del dibattito, nonostante sia alla base dell’ondata antiglobalista che ha travolto l’Occidente, e Davos: «L’IA sta trasformando tutto più rapidamente di quanto siamo in grado di governarla – dice Georgieva – Non sappiamo ancora come renderla sicura e inclusiva».