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Il mercato secondario delle tariffe americane

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È in arrivo la sentenza della Corte Suprema che potrebbe bocciare l’Amministrazione. Gli hedge fund scommettono sui rimborsi agli importatori e comprano a valori scontati i potenziali crediti dalle imprese
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Il lungo countdown della Corte Suprema continua a scandire i suoi colpi. La sentenza sulla legittimità o meno dei dazi imposti da Donald Trump che hanno sconvolto l’economia mondiale, si fa attendere. Ogni giorno potrebbe essere quello buono, e tuttora le chances di esito nell’uno e nell’altro senso sono divise equamente al 50%, secondo Polymarket, società specializzata in previsioni e scommesse (su tutto: dalle partite di basket alle possibilità che il regime di Khamenei in Iran crolli).

Il mercato secondario dei dazi

Ecco allora che la finanza creativa si scatena: è nato infatti un mercato secondario dei dazi. Ci spieghiamo: se i giudici di Washington dichiarano illegittimi i dazi, l’amministrazione federale è tenuta a rimborsare tutto quello che gli importatori americani (che hanno sopportato il 96% degli oneri secondo uno studio pubblicato mercoledì scorso dal Kiel Institute) hanno pagato. Ma sarà un percorso lungo, e diversi importatori non vogliono aspettare per riavere indietr…

Il lungo countdown della Corte Suprema continua a scandire i suoi colpi. La sentenza sulla legittimità o meno dei dazi imposti da Donald Trump che hanno sconvolto l’economia mondiale, si fa attendere. Ogni giorno potrebbe essere quello buono, e tuttora le chances di esito nell’uno e nell’altro senso sono divise equamente al 50%, secondo Polymarket, società specializzata in previsioni e scommesse (su tutto: dalle partite di basket alle possibilità che il regime di Khamenei in Iran crolli).

Il mercato secondario dei dazi

Ecco allora che la finanza creativa si scatena: è nato infatti un mercato secondario dei dazi. Ci spieghiamo: se i giudici di Washington dichiarano illegittimi i dazi, l’amministrazione federale è tenuta a rimborsare tutto quello che gli importatori americani (che hanno sopportato il 96% degli oneri secondo uno studio pubblicato mercoledì scorso dal Kiel Institute) hanno pagato. Ma sarà un percorso lungo, e diversi importatori non vogliono aspettare per riavere indietro i loro denari (ammesso che la Corte dia loro ragione). Così cedono il loro titolo di “forse-credito” a qualche entità finanziaria, tipicamente un hedge-fund, che lo paga una frazione del valore nominale. «Se poi la Corte proclamerà l’illegittimità dei dazi e quindi il diritto al rimborso, l’hedge fund in questione incasserà tutto l’ammontare», spiega Brunello Rosa, economista della London School of Economics. «In caso contrario, non potrà fare altro che contabilizzare una perdita pari alla quota del credito che aveva comprato. Indubbiamente — continua Rosa — c’è una componente d’azzardo, però le finanziarie che scendono in campo in casi del genere hanno fatto del rischio parte integrante del loro business».

Chi ci guadagna

Su dieci scommesse, insomma, anche se ce ne sono solo una o due vincenti, il saldo annuale per queste temerarie società finanziarie sarà attivo. Per le aziende importatrici incappate nel meccanismo diabolico inventato da Trump, si apre un insperato polmone di liquidità. Per esempio la Kids2, una grossa società di giocattoli e prodotti per neonati con sede ad Atlanta, in Georgia, importa dalla Cina il 95% dei suoi prodotti che poi vende negli Usa con marchi quali Bright Starts, Baby Einstein, Ingenuity. Bene: ha pagato finora 15 milioni di dollari di dazi. Nei giorni scorsi ha ceduto il suo credito a un hedge fund di Boston (anonimo secondo gli accordi) per 2 milioni, pari al 23% del totale. È un meccanismo non troppo dissimile, per parlare di storie di casa nostra, dalla cessione alle banche dei crediti sul superbonus edilizio oppure dalla vicenda degli Npl, “non performing loans”. «C’è però una differenza sostanziale, ovvero la forte componente di rischio-scommessa esistente in queste operazioni», nota Giampaolo Galli, coordinatore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica. «Del resto, non è che l’ultimo episodio della capacità per Wall Street di capitalizzare qualsiasi flusso di cassa anche a costo di innalzare i rischi». Simili mercati in effetti esistono nei campi più disparati, dai futures “immaginati” su processi civili di rimborso in corso, ai biglietti della lotteria vincenti ma in attesa di pagamento.

Le variabili dominanti

Tornando ai dazi, due sono le variabili dominanti. Intanto, le cifre in ballo. Scott Bessent, ministro del Tesoro, ha confermato che finora sono stati incassati 300 miliardi di dollari. Non saranno i “trilioni” vagheggiati da Trump, ma è pur sempre una grossa cifra, in grado di modificare le grandezze nel bilancio federale compreso il calcolo del Pil. Non a caso lo stesso presidente ha parlato in un’intervista alla Reuters di «disastro economico» se la Corte dichiarerà illegittimi i dazi. Secondo fattore, i tempi: la burocrazia americana è peggio di quella italiana, e si stima che occorreranno da uno a due anni ma forse più — un tempo infinito per un’azienda che intanto ha pagato in contanti il suo dazio — per completare l’operazione rimborsi. Un precedente poco confortante riguarda gli anticipi che le aziende avevano fatto per evitare di licenziare i dipendenti durante la pandemia, con la promessa che l’amministrazione li avrebbe rimborsati subito dopo la fine dell’emergenza. Sono passati quattro anni e pochi rimborsi sono partiti.

Di sicuro, l’amministrazione venderà cara la pelle. In discussione è l’applicabilità dell’International emergency economic powers act del 1977, che consente al presidente di intraprendere misure straordinarie senza sentire il Congresso. Ma in questo caso non c’era nessuna emergenza nazionale, e oltretutto la legge non menziona la voce “dazi” fra le misure possibili. Ma Trump ha pronta la carta di riserva: se la Corte, chiamata a sciogliere questo garbuglio, dovesse dare ragione ai ricorrenti (molte aziende importatrici e diverse amministrazioni statali) ricorrerà a un’altra legge, il Trade Act del 1974. Non sarebbe in ogni caso un passaggio semplice e si aprirebbe una finestra di vuoto legislativo durante il quale le aziende potrebbero ricominciare ad accumulare importazioni come è stato nel 2025, creando nuove distorsioni nella contabilità pubblica. Anche se alla fine il presidente dovesse spuntarla, nota il Financial Times, avrebbe generato ulteriori incertezze internazionali: più dannose, generalizzate e durature di qualsiasi dazio.

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