Economia

Lo stallo in Mps blocca il risiko della finanza

Lo stallo in Mps blocca il risiko della finanza
Nel Monte, l’ad e i soci devono sciogliere il nodo del delisting di Piazzetta Cuccia che assorbirebbe 2 miliardi Diverse le visioni anche sul management della compagnia triestina

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Il risiko bancario non è ancora finito. Lo aveva annunciato l’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, chiamato in causa su cosa sarebbe successo nel settore nel 2026. Ed è così. Molte partite sono rimaste aperte, compresa la più importante: quella su Generali. Ma stavolta la disputa si è spostata in cima alla catena di controllo, su Monte dei Paschi, dove l’ad Lovaglio vuole contare nelle decisioni e scalpita per essere riconfermato.

La strategia che non c’è

La scalata su Mediobanca doveva portare a cascata al controllo della compagnia assicurativa. Ma quattro mesi dopo la consegna delle azioni di Piazzetta Cuccia alla banca senese, non si vede ancora una strategia definitiva, né sull’istituto guidato fino a poco tempo fa da Nagel né tanto meno sull’assicurazione triestina. Uno dei motivi che hanno contribuito a rallentare il riassetto della finanza italiana è certamente l’inchiesta della procura di Milano.

L’accusa di concerto nei confronti di Caltagirone, Milleri e Lovaglio, benché difficile da provare in tribunale e non certo in grado di riportare allo status quo precedente, ha rallentato i giochi, non tanto sulle due prede, ma su chi ha lanciato la scalata stessa, il Monte dei Paschi. Il consiglio di amministrazione della banca è in scadenza e nominare il vertice significa definire chi avrà il controllo sulle due partecipazioni.

Sono nati intorno a questa decisione i primi dubbi tra gli azionisti del Monte (Delfin 17,5%, Caltagirone 10,2% e Mef 4,8%) per capire se Lovaglio, indagato a Milano e all’età di 71 anni, sia ancora l’uomo giusto per guidare la banca. Per di più l’ad vuole fare l’ad e oggi preme per far valere le sue scelte, anche senza tener conto di quanto pensano gli azionisti di riferimento, senza i quali comunque non sarebbe arrivato dove è arrivato.

I dubbi su Generali

Su Mediobanca, per esempio, si deve decidere se procedere al delisting o no. Toglierla dal mercato costerebbe due miliardi, una necessità che gli azionisti non vedono di buon occhio perché, dato che le sinergie in termini di asset fiscali sono comunque realizzabili, risparmiare quei soldi vorrebbe dire distribuire un dividendo più lauto. Lovaglio invece vorrebbe prendersi tutta Mediobanca e accorpare l’accorpabile con Mps. Generali compresa. Sul Leone, invece, il dubbio è se lasciare l’attuale management fino a scadenza ( aprile 2027) oppure no. Lovaglio sembra dell’idea di non cambiare nulla, mentre gli azionisti che hanno mosso una guerra senza confini a Donnet preferirebbero agire più velocemente, magari in occasione della prossima assemblea di bilancio a maggio. Il tutto si intreccia con la volontà del governo, contro il quale, visti i precedenti, nessuno vuole andare. Ma anche tra i partiti della maggioranza gli interessi in finanza non sono allineati e la partita non si limita al Monte e alla sua galassia, perché il gioco di equilibri include anche le nomine nelle partecipate (soprattutto i presidenti in scadenza di Eni, Enel, Terna e Leonardo), della Consob e dell’autorità Antitrust. Mettere insieme il puzzle non sarà facile. In panchina rimane come cavaliere bianco UniCredit, pronto a intervenire, Bper si è blindata, mentre Bpm si muove lentamente nell’orbita francese.

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