ROMA – Oltre 55mila lavoratrici e lavoratori rischiano di restare senza reddito, senza pensione e senza contribuzione a partire dal primo gennaio 2027. Sono persone che negli ultimi anni hanno lasciato il lavoro aderendo a misure di uscita anticipata e che ora potrebbero trovarsi intrappolate in mesi di scopertura previdenziale, costrette a inseguire requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti.
È l’allarme lanciato dall’Osservatorio Previdenza della Cgil nazionale, alla luce delle modifiche introdotte con la legge di Bilancio 2026 e dell’aggiornamento del Rapporto del Mef sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario.Secondo il sindacato, l’effetto concreto dell’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita è quello di creare una nuova platea di esodati, con caratteristiche diverse rispetto al passato ma con conseguenze analoghe: periodi senza assegno, senza pensione e senza copertura contributiva, dopo aver già lasciat…
ROMA – Oltre 55mila lavoratrici e lavoratori rischiano di restare senza reddito, senza pensione e senza contribuzione a partire dal primo gennaio 2027. Sono persone che negli ultimi anni hanno lasciato il lavoro aderendo a misure di uscita anticipata e che ora potrebbero trovarsi intrappolate in mesi di scopertura previdenziale, costrette a inseguire requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti.
È l’allarme lanciato dall’Osservatorio Previdenza della Cgil nazionale, alla luce delle modifiche introdotte con la legge di Bilancio 2026 e dell’aggiornamento del Rapporto del Mef sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario.Secondo il sindacato, l’effetto concreto dell’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita è quello di creare una nuova platea di esodati, con caratteristiche diverse rispetto al passato ma con conseguenze analoghe: periodi senza assegno, senza pensione e senza copertura contributiva, dopo aver già lasciato il posto di lavoro.
Il cambio di rotta sui requisiti pensionistici
Il nodo è il cambio di scenario deciso dal governo. Gli accordi di uscita dal lavoro sottoscritti fino al 31 dicembre 2025 – attraverso isopensione, contratti di espansione e fondi di solidarietà bilaterali – erano stati costruiti su un quadro Inps che non prevedeva aumenti dei requisiti pensionistici né nel 2027 né nel 2028 e stimava un incremento più contenuto nel biennio successivo (solo 2 mesi in più anziché i 3 mesi ufficializzati ora).
La legge di Bilancio 2026 e l’aggiornamento del Rapporto Mef ribaltano quel quadro:
- +1 mese dal 1° gennaio 2027
- +2 mesi dal 1° gennaio 2028
- +3 mesi dal 1° gennaio 2029, confermati anche nel 2030
Un cambiamento che smentisce le ripetute promesse del governo sul blocco dell’aumento dei requisiti pensionistici dal 2027 e che modifica a posteriori le condizioni su cui erano state prese decisioni irreversibili, come la cessazione del rapporto di lavoro.
Isopensione, contratti di espansione e fondi: chi rischia
Secondo Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil, «se il Governo non interverrà, oltre 23mila lavoratori in isopensione, circa 4mila con contratto di espansione e altri 28mila usciti tramite i fondi di solidarietà bilaterali rischiano di trovarsi con periodi di vuoto previdenziale senza assegno, senza contributi e senza alcuna tutela».
Nel dettaglio, l’isopensione è il bacino più ampio. Tra il 2020 e il 2025 hanno aderito a questo strumento circa 28.800 lavoratrici e lavoratori. L’80% della platea – 23.040 persone – ha utilizzato il massimo anticipo possibile di sette anni o comunque un’uscita che comporta la maturazione del diritto alla pensione a partire dal 2027, proprio quando entrano in vigore gli aumenti dei requisiti.
I contratti di espansione, non prorogati dal governo dal primo gennaio 2024, riguardano una platea più contenuta ma altrettanto esposta: circa 5.000 uscite nel 2022 e 2023, di cui 4.000 con anticipo massimo di cinque anni, concentrate nel biennio 2027-2028.
Infine i fondi di solidarietà bilaterali, la platea meno visibile nel dibattito pubblico ma numericamente molto ampia. Dal 2022 al 2025 le uscite stimate sono circa 40.000. Adottando una stima prudenziale, la Cgil calcola 28.000 lavoratrici e lavoratori potenzialmente coinvolti dagli aumenti dei requisiti pensionistici.
“Regole cambiate a posteriori”
«Parliamo di persone che hanno lasciato il lavoro nel pieno rispetto delle regole vigenti, firmando accordi con le aziende sulla base di date certe di accesso alla pensione», sottolinea Cigna. «L’aumento dei requisiti deciso oggi dal governo cambia quelle regole a posteriori e scarica interamente sui lavoratori il costo dell’adeguamento alla speranza di vita».
Secondo l’Osservatorio Previdenza Cgil, il rischio concreto è quello di scoperture pari a un mese nel 2027, due mesi nel 2028 e fino a quattro mesi dal 2029, durante le quali le persone coinvolte potrebbero non percepire né reddito né pensione.
L’affondo politico della Cgil
Sul piano politico l’attacco è affidato alla segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione, che parla di promesse tradite. «Il governo aveva promesso il blocco dell’aumento dei requisiti pensionistici e il superamento della legge Fornero, ma nei fatti ha scelto di peggiorarne gli effetti», afferma. «Ha incrementato i requisiti, cancellato ogni forma di flessibilità in uscita e non ha previsto alcuna salvaguardia per chi ha già lasciato il lavoro con strumenti di accompagnamento alla pensione».
Ghiglione ricorda che lo stesso esecutivo aveva vincolato l’Inps a non applicare alcun adeguamento dei requisiti pensionistici dal 2027 in avanti. «Oggi invece ci troviamo di fronte a una platea ancora più ampia di lavoratrici e lavoratori costretti a inseguire la pensione, a causa di scelte politiche precise», aggiunge, chiedendo se il governo «continuerà ad attribuire colpe all’Inps o si assumerà finalmente la responsabilità di decisioni che sono esclusivamente politiche».
Il risultato, conclude, «è il rischio concreto di creare una nuova generazione di esodati». Con una postilla che pesa quanto una denuncia: l’ultimo confronto tra governo e sindacati sul tema previdenziale risale al 18 settembre 2023.