Più tempo per spegnere il rame, frequenze illimitate: così l’Europa tenta il rilancio delle Tlc
di Alessandro LongoL’Europa ora prova a sostenere il futuro della propria filiera tlc, giudicata strategica per l’economia e l’innovazione. Nasce così il Digital Networks Act (Dna), il regolamento pubblicato il 21 gennaio dalla Commissione Ue. Tra le novità: proroga di cinque anni (al 2035) per il passaggio totale (o quasi) alla fibra ottica, frequenze di durata illimitata agli operatori, regole più facili per consentire loro di offrire servizi su più Paesi Ue. Una svolta a lungo attesa dagli operatori, anche se da molti giudicata insufficiente.
Dna, il regolamento Ue per il passaggio alla fibra
“Arriviamo a questa norma dopo anni di collasso per il settore, in Europa e soprattutto in Italia”, spiega Andrea Rangone, professore del Politecnico di Milano e tra i massimi esperti di tlc in Itali…
L’Europa ora prova a sostenere il futuro della propria filiera tlc, giudicata strategica per l’economia e l’innovazione. Nasce così il Digital Networks Act (Dna), il regolamento pubblicato il 21 gennaio dalla Commissione Ue. Tra le novità: proroga di cinque anni (al 2035) per il passaggio totale (o quasi) alla fibra ottica, frequenze di durata illimitata agli operatori, regole più facili per consentire loro di offrire servizi su più Paesi Ue. Una svolta a lungo attesa dagli operatori, anche se da molti giudicata insufficiente.
Dna, il regolamento Ue per il passaggio alla fibra
“Arriviamo a questa norma dopo anni di collasso per il settore, in Europa e soprattutto in Italia”, spiega Andrea Rangone, professore del Politecnico di Milano e tra i massimi esperti di tlc in Italia. Secondo uno studio del Politecnico, è critico in Italia l’indicatore ebitda–capex (che rapporta i margini del conto economico con gli investimenti), sceso da 10 miliardi nel 2010 a 0,02 miliardi nel 2024. "In circa 15 anni il settore Tlc ha perso circa un terzo dei ricavi che sono da 41,9 a 28 miliardi di euro mentre i costi operativi (Opex) sono scesi molto di meno (da 25,3 a 20,3 miliardi)", spiega Rangone. "Gli investimenti, i cosiddetti Capex, sono rimasti molto elevati, circa 7 miliardi all’anno". Tradotto: "il settore è stato spinto a investire in infrastrutture cruciali, ma senza condizioni economiche e regolatorie tali da rendere quegli investimenti sostenibili", dice Rangone.
Ergo: investimenti ancora alti, profitti sempre più risicati. Tra le cause principali: troppi operatori in concorrenza, per via di passate scelte regolatorie dell’Europa, e una guerra dei prezzi distruttiva come conseguenza. È un problema per tutti, non solo per gli operatori: “L’economia si regge sulle tlc. Qualunque altra rete infrastrutturale ha bisogno di reti efficienti ed evolute, perché il digitale è ovunque: nell’energia, nelle autostrade, ferrovie, aeroporti. Persino nelle casse dei supermercati”, aggiunge Rangone. La “salute di questa filiera è importante per garantire il nostro futuro, a tutti i livelli, dall’economia alla Difesa”, insomma, continua Rangone.
Lo spegnimento delle reti in rame nel 2035
Nel Dna la risposta a questa esigenza è variegata e a tratti ondivaga. Fissa al 31 dicembre 2035 lo spegnimento (switch off) delle reti in rame; un rinvio rispetto al termine precedente del 2030 e adesso anche con eccezioni. Il rame può restare nelle zone dove la fibra viene considerata non sostenibile e non esistono soluzioni equivalenti, di tipo fisso-wireless, mobile e satellitare. Un compromesso tra spinta all’innovazione e sostenibilità economica. Un’altra novità dirompente è il Single Passport. Un operatore che vuole offrire servizi in più Stati membri dovrà fare un’unica notifica, presentata a una sola autorità nazionale, scelta tra i Paesi in cui intende operare. È quella autorità a dare la conferma, entro una settimana, includendo anche le condizioni e gli obblighi applicabili negli altri Stati di destinazione. Significa meno costi amministrativi e un ingresso più rapido su nuovi mercati. Per i clienti business che operano in più Paesi può voler dire offerte più omogenee e meno frammentate.
La terza novità importante riguarda le frequenze radio. Il Dna introduce la possibilità di licenze di spettro a durata potenzialmente illimitata, contro l’orizzonte classico dei 15 o 20 anni. Per le telco è un cambio atteso da tempo, perché riduce il rischio regolatorio e facilita il finanziamento degli investimenti. In cambio, la Commissione inserisce clausole per costringere gli operatori a usare, con le reti, quelle frequenze.
“Il Dna va nella giusta direzione perché riconosce che la competitività digitale europea passa dalle reti, dagli investimenti e da una visione coerente ed equa della catena del valore di Internet”, dice Laura di Raimondo, direttore generale dell’associazione operatori Asstel. “Funzionerà se saprà spostare il baricentro su semplificazione e investimenti sostenibili; rischierà invece di accentuare le criticità se estenderà in modo disordinato l’ambito regolato senza affrontare il tema strategico del riequilibrio del valore”, aggiunge.
Ci sono dubbi che il Dna basti a curare il settore. Le telco europee – tramite l’associazione Connect europee – esprimono delusione, avrebbero voluto regole più favorevoli agli investimenti. “Le regole dovrebbero agevolare il consolidamento tra operatori, con un adeguamento dei prezzi in grado di remunerare gli investimenti nell’infrastruttura del nostro futuro”, dice Rangone. E non è chiaro quanto il Dna sia all’altezza della sfida. Si vedrà che forma prenderà, prima di diventare legge, con i successivi passaggi legislativi in Ue.