ROMA – Un prodotto su cinque esposto sugli scaffali dei supermercati e negozi di alimentari di tutto il mondo è passato per la filiera made in Italy del packaging. Quello dell’imballaggio italiano è un settore da 51,3 miliardi di euro, l’1,7 del Pil% e il 3,3% del comparto manifattura, con un fatturato di 3,3 miliardi. Un ramo importante per l’economia nazionale ma non senza affanni. L’incontro a Roma, organizzato dal senatore Gianluca Cantalamessa che ha proposto una indagine conoscitiva in Senato per aumentare l’attenzione sul tema, è servito a tutti gli attori coinvolti per chiedere alla politica di aprire un tavolo di confronto con le istituzioni, per ragionare insieme sulle difficoltà e le opportunità di rilancio.
I target Ue
La sfida principale ha una data: il 2030. Entro quell’anno il settore dovrà produrre il 5% di materiali in meno (rispetto al 2018), come previsto dai nuovi target Ue del regolamento europeo sugli imballaggi Ppwr. Dovendo così affrontare il paradosso di conti…
ROMA – Un prodotto su cinque esposto sugli scaffali dei supermercati e negozi di alimentari di tutto il mondo è passato per la filiera made in Italy del packaging. Quello dell’imballaggio italiano è un settore da 51,3 miliardi di euro, l’1,7 del Pil% e il 3,3% del comparto manifattura, con un fatturato di 3,3 miliardi. Un ramo importante per l’economia nazionale ma non senza affanni. L’incontro a Roma, organizzato dal senatore Gianluca Cantalamessa che ha proposto una indagine conoscitiva in Senato per aumentare l’attenzione sul tema, è servito a tutti gli attori coinvolti per chiedere alla politica di aprire un tavolo di confronto con le istituzioni, per ragionare insieme sulle difficoltà e le opportunità di rilancio.
I target Ue
La sfida principale ha una data: il 2030. Entro quell’anno il settore dovrà produrre il 5% di materiali in meno (rispetto al 2018), come previsto dai nuovi target Ue del regolamento europeo sugli imballaggi Ppwr. Dovendo così affrontare il paradosso di continuare ad avere un’industria in salute riducendo i volumi di produzione. “La politica ci chiede di fare meglio, con meno – dice il presidente Gruppo imballaggi flessibili (Giflex) Alberto Palaveri – è nel nostro dna rispondere alle esigenze dei nostri clienti e per questo siamo all'avanguardia. Il nostro impegno è continuare a innovare, rimanendo leader tecnologici del settore senza intaccare la qualità. Ma per farlo, c’è bisogno di strumenti stabili e applicabili”. Come fatto in passato per altri obiettivi fissati da normative italiane ed europee, ad esempio sul riciclo, la filiera assicura che il target -5% (-10% nel 2035, -15% nel 2040) non spaventa le aziende. Ma serve una transizione che accompagni in questa “nuova fase dell’imballaggio, con criteri di sostenibilità chiari e strumenti in grado di compensare i costi del passaggio”.
La sfida della competitività
Oltre al tavolo, che deve servire per dare risposte al comparto, emerge un’altra criticità: la competitività rispetto al mercato straniero. Ormai da alcuni anni il saldo è negativo, nel 2024 l’Italia le importazioni hanno superato le esportazioni per un totale di 171mila tonnellate. Spesso le aziende preferiscono disfarsi del materiale usato mandandolo fuori dlal’Unione europea, dove gli standard ambientali (e non solo) sono inferiori, avvantaggiando quei mercati che poi rivendono il prodotto riciclato. Lo scorso anno, fa notare il presidente della Federazione carta e grafica Andrea D’Amato, “hanno chiuso sei cartiere in Italia. Capacità di trasformazione ce l’abbiamo, ma spesso non è conveniente rispetto all’estero, e dopo aver spedito il materiale all’estero subiamo anche il dumping”. “La sostenibilità funziona solo se è anche economica – scandisce il presidente Ucima Riccardo Cavanna – siamo in una filiera che crea eccellenza in ogni fase ma va fatto qualcosa per rendere il riciclo conveniente, altrimenti l’imprenditore non investe”. Non è solo un problema di norme stringenti, ma anche di costo delle bollette. “È cosa nota che in Italia l’energia alle aziende costi troppo, molto di più rispetto agli altri Paesi – ha aggiunto – ed è qui che bisogna intervenire”.
La filiera smart
Tutti gli attori della filiera coinvolte (oltre a Giflex e l’Istituto italiano imballaggio, anche Federazione carta e grafica, Centormarca, Ucima e Acimga) hanno iniziato il loro intervento ribadendo che il packaging non va visto solo come un contenitore, un ostacolo da rimuovere o ridurre, ma è anzi una “piattaforma di informazione, una sorta di social media che dà informazioni lungo tutto il percorso – come l’ha definita Erik Ciravegna, ricercatore presso l’università di Bologna – È una infrastruttura comunicativa che attraversa tutte le fasi e che, se integrata con la tecnologia, contribuisce a rendere il sistema più leggibile ed efficiente”. Per questo deve fare lo sforzo di pensarsi come “rete”, per fare il salto dallo smart packaging alla filiera smart, dove l’imballaggio è un veicolo di informazioni.
Da sinistra: Enrico Sbandi, Vittorio Cino (Centromarca), Alessandra Fazio (Istituto italiano imballaggio), Andrea D’Amato (FederCarta e grafica), Alberto Palaveri (Giflex), Riccardo Cavanna (Ucima), Enrico Barboglio (Acimga), Erik Ciravegna (UniBo)