L’Italia non ce la fa proprio a rispettare le leggi che servono a costruire una rete internet veloce, 5G e in fibra ottica. Gli enti ci mettono troppo tempo ad autorizzare le opere, rispetto ai termini normativi. Lenti soprattutto gli enti autostradali (250 giorni) e alcune regioni, come Puglia, Campania, Sicilia e Lazio. È quanto si legge nel rapporto annuale I-Com-Join Group presentato in settimana alla Camera (Tra le reti della competitività. Semplificazioni, sostenibilità e innovazione per la crescita del sistema Paese). “Sì, ci sono miglioramenti rispetto al passato. Ma ancora non va bene”, dice Silvia Compagnucci che ha curato il rapporto I-Com (istituto competitività).
Un limite per lo sviluppo dei servizi digitali
Ed è un problema soprattutto in quest…
L’Italia non ce la fa proprio a rispettare le leggi che servono a costruire una rete internet veloce, 5G e in fibra ottica. Gli enti ci mettono troppo tempo ad autorizzare le opere, rispetto ai termini normativi. Lenti soprattutto gli enti autostradali (250 giorni) e alcune regioni, come Puglia, Campania, Sicilia e Lazio. È quanto si legge nel rapporto annuale I-Com-Join Group presentato in settimana alla Camera (Tra le reti della competitività. Semplificazioni, sostenibilità e innovazione per la crescita del sistema Paese). “Sì, ci sono miglioramenti rispetto al passato. Ma ancora non va bene”, dice Silvia Compagnucci che ha curato il rapporto I-Com (istituto competitività).
Un limite per lo sviluppo dei servizi digitali
Ed è un problema soprattutto in questa fase in cui le aziende e la pubblica amministrazione italiana hanno bisogno di una rete prestante, per sviluppare appieno i servizi digitali e sfruttare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale ad esempio. Strumenti per migliorare l’efficienza ed essere più competitivi, in un panorama economico reso più difficile dalle tensioni geopolitiche internazionali, come pure emerso alla presentazione del rapporto.
“Una fotografia preoccupante, soprattutto in relazione alla possibilità di rispettare le tempistiche previste per il completamento del Piano Italia 1 Giga”, si legge evidenziato nel report. Il piano miliardario con fondi pubblici europei per dare a tutti una rete internet a prova di futuro, entro giugno 2026 (pena il rischio di perdere quei soldi dall’Ue).
In realtà dagli attuatori del piano, OpenFiber e FiberCop, arrivano rassicurazioni sul fatto di riuscire, nonostante tutto, a chiudere i piani nei tempi previsti. “Quello delle autorizzazioni è un tema che ha pesato molto in passato, una delle cause dei ritardi, ma ormai non impedisce il raggiungimento degli obiettivi del piano gigabit”, fanno sapere da OpenFiber; anche grazie all'ottenuta cancellazione di alcuni civici tra quelli da coprire.
Resta che l’Italia non sta rispettando le proprie stesse leggi pensate per dare a tutti una rete necessaria alle nuove esigenze del Paese. “Sulla base dei dati relativi alla rete fissa e al Piano Italia 1 Giga, gli operatori hanno segnalato rilevanti criticità nelle regioni non ancora completate”, si legge.
I tempi di legge e quelli reali
Ad oggi vive il principio del silenzio-assenso da parte dell’amministrazione, quando un operatore presenta un progetto di scavi per la fibra o per un’antenna radiomobile. I termini previsti dalla legge sono rapidi: dai 10 ai 60 giorni circa.
I tempi reali sono molto più lunghi, purtroppo. “Per le infrastrutture fisse, come è emerso dall’analisi dei dati, in tutte le macroaree del Paese sono risultati necessari almeno tre mesi per l’ottenimento sia dell’illuminazione pubblica che per l’autorizzazione agli scavi (fatta eccezione per il Nord relativamente ai soli scavi)”, si legge. In particolare il dato medio nazionale è di 92 giorni (-21,4% sul 2024), mentre a livello territoriale risultano più celeri gli enti locali del Nord (85 gg), seguiti dal Sud (94 gg) e dal Centro (103 gg).
“Il discorso è ancor più preoccupante per quanto riguarda le infrastrutture di rete mobile, che necessitano in media di 144 giorni per l’espletamento degli iter autorizzativi”. Consola solo un po’ sapere che erano 162 nel 2022.
Sempre le stesse (numerose) cause
Le cause del problema sono numerose e sempre le stesse. Ci sono troppe normative locali ancora non adeguate alla legge nazionale; enti locali con poche risorse e competenze inadeguate a gestire queste pratiche. Ci sono poi situazioni ancora più patologiche di “abusivismo e carenza documentale: non di rado capita che i soggetti terzi titolari di infrastrutture, apparentemente legittime, non siano in grado di produrre i titoli autorizzativi e per questa ragione le pratiche vengono diniegate, risultando in perdite di tempo significative”, si legge nel rapporto. Infine si arriva anche, in una minoranza di casi, ad amministrazioni locali che bloccano i permessi (per un’antenna 5G soprattutto) per soddisfare richieste della propria base elettorale.
La sola speranza è che si sia avviato ormai un percorso di collaborazione, tra operatori ed enti locali, per riuscire a ridurre ancora di più, e a breve, la distanza tra i termini di legge e la realtà; negli interessi non solo del settore tlc ma anche dei territori interessati.