Chip, energia e pochi talenti, perché l’Europa sta perdendo il treno dell’IA
di Filippo Santelli«Ormai il treno ha lasciato la stazione, i leader europei sono sconnessi dalla realtà. Continuano a sognare grandi modelli linguistici europei, ma — mi dispiace sembrare trumpiano — non li avrete mai. Per competere nell’Intelligenza artificiale servono tre cose. I talenti: in Europa ci sono, ma non abbastanza. I chip: non ci sono. E l’energia: costa troppo. Ecco su cosa dovreste focalizzarvi». Così parlava, in un incontro riservato al Forum di Davos, il dirigente di uno dei campioni americani dell’IA. Per giunta uno dei pochi in Silicon Valley a non essersi convertito all’ideologia Maga, con l’antieuropeismo militante che la caratterizza.
Il gap si allarga
Se lo dice anche lui è proprio vero allora? L’Europa ha già perso questo altro treno tecnologico, che promette di cambiare…
«Ormai il treno ha lasciato la stazione, i leader europei sono sconnessi dalla realtà. Continuano a sognare grandi modelli linguistici europei, ma — mi dispiace sembrare trumpiano — non li avrete mai. Per competere nell’Intelligenza artificiale servono tre cose. I talenti: in Europa ci sono, ma non abbastanza. I chip: non ci sono. E l’energia: costa troppo. Ecco su cosa dovreste focalizzarvi». Così parlava, in un incontro riservato al Forum di Davos, il dirigente di uno dei campioni americani dell’IA. Per giunta uno dei pochi in Silicon Valley a non essersi convertito all’ideologia Maga, con l’antieuropeismo militante che la caratterizza.
Il gap si allarga
Se lo dice anche lui è proprio vero allora? L’Europa ha già perso questo altro treno tecnologico, che promette di cambiare tutto? A Davos, dove l’IA è stata l’unico tema in agenda capace di resistere al ciclone geopolitico, questa diagnosi si è sentita spesso, più o meno esplicita, a volte accompagnata dall’esortazione a reagire, a volte dai toni mesti di un de profundis. Non che il ritardo rispetto agli Stati Uniti sia una novità: da tempo circola una statistica secondo cui le aziende americane hanno prodotto 40 grandi modelli linguistici, quelle cinesi 15 e quelle europee solo tre. Ma la cosa ancora più preoccupante è la tendenza. Gli ultimi dodici mesi — da quando Von der Leyen lanciò l’Europa all’inseguimento, dicendo «la gara dell’IA non è finita» — hanno visto emergere Deepseek e gli altri modelli cinesi come un’alternativa credibile a quelli americani, meno potenti ma efficienti e open source, mentre ridimensionarsi non poco le ambizioni dei campioncini europei come la francese Mistral. Intanto, negli Stati Uniti, Big Tech ha incrementato in modo esponenziale gli investimenti in chip, centri dati e relativi impianti energetici, a livelli proibitivi per chiunque altro. Anche in Europa i cantieri aumentano, vero, ma a una velocità neppure comparabile, mentre l’attesa gara della Commissione per finanziare delle Gigafactory dell’IA tarda a partire. Le proiezioni ora dicono che nel 2030 gli Stati Uniti avranno oltre quattro volte la potenza di calcolo dell’Europa.
Questione di energia
Il gap insomma continua ad allargarsi. Soprattutto nell’infrastruttura alla base di tutto, dello sviluppo delle IA più avanzate ma anche della loro applicazione “quotidiana”. Sempre a Davos il Ceo di Microsoft Satya Nadella ha ribadito la sua idea secondo cui «token (l’unità minima dei modelli linguistici, ndr) per watt (di energia) per dollaro (di spesa)» sarà la formula chiave dello sviluppo economico dei prossimi decenni. E ha aggiunto che questa formula penalizza l’Europa, dove ci sono meno capitali, l’energia è più cara e i permessi di costruzione più lenti: «Se pensiamo ai costi totali le domande sono: riesci a generare energia a prezzi bassi? Sei in grado di costruire i data center? Che curva di costo hanno i chip?».
Dotarsi di questi fattori abilitanti è la precondizione necessaria per competere. Anche ora che l’Europa pare aver preso atto dei propri limiti: se la corsa verso l’Intelligenza artificiale superumana è — per investimenti e potenza — riservata ai colossi Usa, ci si può concentrare su una parte diversa ma non meno importante dell’innovazione: la sua adozione, nel settore pubblico e in quello privato.
Spingere sull’adozione
L’idea è che calare i modelli di IA all’interno del tessuto manifatturiero europeo, valorizzando l’impareggiabile mole di dati industriali di cui dispone, potrebbe portare a un salto di produttività. E sotto questo aspetto il divario con gli Stati Uniti non pare incolmabile: secondo un sondaggio Bei il 37% delle imprese europee utilizza strumenti di IA generativa, un punto sopra a quelle americane, anche se con significativi divari tra Paesi (Finlandia 66%, Italia 20%) e tra grandi e piccole, oltre che con un ventaglio di applicazioni più limitato.
Questo treno non pare ancora perso. Come saltarci sopra però? Perché anche qui all’interno dell’Europa sembrano sgomitare due strategie piuttosto diverse. Una, promossa dalla Francia e prevalente nella Commissione, è orientata a una maggiore autonomia strategica dagli Stati Uniti e da Big tech, quindi a incentivare il più possibile l’adozione di servizi e prodotti europei, anche se al momento meno avanzati, valorizzando come la Cina i modelli open source. L’altra, incarnata dalla Germania e dai suoi colossi industriali, guarda invece all’alleanza con i campioni americani del cloud e degli algoritmi, in un’ottica di cooperazione. La prima è disposta a sacrificare i risultati immediati, la seconda rischia di consegnarci a una nuova dipendenza strategica. «Ogni volta che veniamo in Europa tutti stanno parlando di sovranità — ha detto Nadella a Davos — ma non è proteggendo l’Europa che sarete più competitivi. Sarete competitivi solo se i prodotti realizzati in Europa sono competitivi a livello globale». È chiaro che le Big Tech hanno tutto l’interesse ad evitare che il mercato europeo si isoli, presentandosi come dei partner affidabili e soprattutto insostituibili. Ma è altrettanto chiaro che per sostituirle bisogna essere disposti a pagare qui e ora un costo, per un beneficio futuro e incerto.
Regole per l’innovazione
Serve trovare un equilibrio. Ma soprattutto serve mettere in campo uno sforzo paragonabile a quello fatto sulle regole, l’unico piano su cui l’Europa ha puntato ad essere alla frontiera con il suo discusso AI Act, salvo poi rendersi conto di avere ecceduto. «Per costruire un “futuro Ai” c’è bisogno di potenza di calcolo, dati, energia e talento, più un contesto regolatorio che garantisca l’accesso a quelle cose», ci dice Joel Kaplan, capo degli Affari globali di Meta. «Stati Uniti e Regno Unito hanno presentato piani d’azione ambiziosi, che liberano gli investimenti, l’Europa prima si concentra sul legiferare, poi fa le domande». Qui a parlare è un ex funzionario repubblicano, oggi dirigente di una società che la sua svolta Maga l’ha fatta eccome e sta combattendo una battaglia feroce contro l’Europa per evitare che faccia scuola nel regolare i social, il loro potere di mercato e i loro contenuti.
Il suo messaggio però va ascoltato, perché lo si sente ripetere da tutte le parti, al di là degli schieramenti: «L’Ai Act si è rivelato un fardello, anche le società europee lo dicono. Ora vediamo uno sforzo per rivederlo e creare un ambiente più favorevole all’innovazione, come negli Stati Uniti». Anche da qui passano le speranze di rincorsa europee.