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Stallo alle Generali tutti i nodi del risiko

Piazza Salimbeni a Siena, sede del Monte dei Paschi di Siena

 (reuters)

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Dal prossimo assetto del Leone, al quale guardano sia Unicredit sia Intesa, dipenderanno gli equilibri finanziari
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Ci sarà un risiko bancario nel 2026 che prosegue quello tumultuoso del 2025? È possibile, ma per il momento gli osservatori finanziari si stanno scontrando con la difficile applicazione della Legge Capitali, una legge approvata nel marzo 2024 e che per una parte è stata pensata con uno scopo ben preciso: affossare la prassi che si stava consolidando di utilizzare la lista del cda uscente per rinnovare i vertici delle società quotate.

L’intreccio azionario sull’asse Siena-Milano-Trieste

Ora si sta cercando di applicare le modifiche apportate da quella legge a due casi concreti, Banco Bpm e Mps, cioé le banche protagoniste del risiko 2025. Ma gli ostacoli che si stanno incontrando sono notevoli, come dimostra il fatto che il regolatore europeo, la Bce, fa fatica ad approvare le modifiche agli statuti che la legge impone. Ed è anche possibile che non le approvi o che prescriva paletti stringenti rendendo il sentiero ancor…

Ci sarà un risiko bancario nel 2026 che prosegue quello tumultuoso del 2025? È possibile, ma per il momento gli osservatori finanziari si stanno scontrando con la difficile applicazione della Legge Capitali, una legge approvata nel marzo 2024 e che per una parte è stata pensata con uno scopo ben preciso: affossare la prassi che si stava consolidando di utilizzare la lista del cda uscente per rinnovare i vertici delle società quotate.

L’intreccio azionario sull’asse Siena-Milano-Trieste

Ora si sta cercando di applicare le modifiche apportate da quella legge a due casi concreti, Banco Bpm e Mps, cioé le banche protagoniste del risiko 2025. Ma gli ostacoli che si stanno incontrando sono notevoli, come dimostra il fatto che il regolatore europeo, la Bce, fa fatica ad approvare le modifiche agli statuti che la legge impone. Ed è anche possibile che non le approvi o che prescriva paletti stringenti rendendo il sentiero ancora più stretto.

Nella sostanza la nuova legge ha amplificato i poteri delle minoranze qualificate nel rinnovo dei cda perché questo era l’obbiettivo degli azionisti Delfin (la finanziaria della famiglia Del Vecchio) e di Francesco Gaetano Caltagirone nelle partite che stavano combattendo in Mediobanca e Generali, dove avevano e hanno quote consistenti ma che non permettono di prendere in mano la gestione delle società. Ora la situazione è cambiata ma gli stessi due azionisti si trovano a dover fronteggiare in Mps la stessa situazione che avevano riscontrato in Mediobanca, sono cioé azionisti di minoranza forti ma che non possono esercitare il controllo non avendo i requisiti di capitale richiesti per il settore bancario.

Nel caso di Banco Bpm, invece, c’è un socio bancario di minoranza, il Crédit Agricole, a cui nel 2025 è stato concesso di salire nel capitale fino al 20,1%. I francesi hanno approfittato della benevolenza del governo italiano, impegnato a contrastare con tutti i mezzi l’Ops lanciata da Unicredit sulla banca guidata da Giuseppe Castagna. E così oggi si deve fare i conti con un rinnovo dei vertici di Banco Bpm che potrebbe dare grande spazio a una banca concorrente, grazie alle nuove regole introdotte sulla lista del cda uscente che favoriscono le minoranze forti. Un risultato non si sa quanto voluto dal governo ma che è la conseguenza evidente delle scelte fatte per contrastare l’avanzata di una banca italiana come Unicredit.

Il risiko 2026 potrà partire una volta risolte queste due partite di governance e a seconda del ruolo che vorranno assumere i regolatori. La Bce sta analizzando molto da vicino l’impatto delle nuove regole sul governo delle banche ma anche la Commissione Ue avrà voce in capitolo sul tema della concorrenza ma anche sull’impatto che i poteri speciali in mano al governo (Golden power) possono avere sul processo di consolidamento bancario.

le tappe del risiko bancario e le prossime mosse

Lo stesso governo, sia attraverso il Mef che direttamente con i poteri di Palazzo Chigi, dovrà decidere quanto vorrà intervenire in futuro dopo essere stato determinante nell’anno passato nell’indirizzare le partite Mediobanca e Banco Bpm. Già il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti si è fatto sentire, seppur informalmente, nell’esprimere la preferenza per un rinnovo dell’ad di Mps Luigi Lovaglio. Ma è evidente che la partita più importante si gioca a livello di controllo delle Generali e qui le carte sono ancora ingarbugliate. L’assetto azionario finale per la compagnia di Trieste deve ancora essere trovato e le soluzioni sul tavolo sono diverse, anche se in questo momento nessuna risulta favorita. Tutto il movimento del 2025 era partito da una considerazione di fondo: il governo Meloni non poteva permettere che una società del peso delle Generali, che gestisce oltre 800 miliardi di risparmio (italiano ed estero), possa sopportare un’influenza dominante da parte di società e management francesi. Dunque aveva avallato la discesa in campo di Mps che aveva lanciato l’Ops su Mediobanca per conquistare quel 13% di Generali posseduto da questa e determinante per il controllo di Trieste. Ma fin da subito aveva posto come condizione che Generali non cadesse nell’orbita di qualche gruppo privato, leggi Caltagirone, ma che si trovasse un “ancoraggio istituzionale”, in modo da far percepire ad eventuali scalatori esteri che quell’oggetto, le Generali, è un bene del Paese e non si può toccare. Orbene questo ancoraggio istituzionale ancora non si è trovato ma ci si sta lavorando.

Lo snodo per il nuovo assetto passa per le due più grandi banche del paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che devono muoversi secondo uno schema ben concertato. Quando qualche settimana fa sono girate con insistenza le voci di un possibile affondo di Andrea Orcel su Mps, è stato subito evidente che in caso di successo chi ne avrebbe subito le conseguenze sarebbe stata Intesa, che avrebbe perso il primato di prima banca del Paese. Unicredit con Mps avrebbe fatto filotto, incorporando in un sol colpo, oltre a Mps stessa, Mediobanca e diventando il primo azionista di Generali. Impossibile da digerire per la banca di sistema per eccellenza, quella guidata da Carlo Messina. Poi a stretto giro altre voci, poi prontamente smentite, davano Intesa in acquisto della partecipazione in Generali di Caltagirone. E sullo sfondo ci sono da considerare i possibili movimenti in casa Delfin, che potrebbe mettere sul mercato le partecipazioni in Mps e Generali per soddisfare le richieste della famiglia Del Vecchio, alle prese con una difficile successione. Tutte queste turbolenze fanno capire che i lavori dietro le quinte sono in corso, anche se non esiste ancora una definizione finale. L’impressione degli addetti ai lavori è che Orcel non possa muoversi prima che si sia trovato un accordo complessivo che comprenda un nuovo assetto di Generali avallato dal governo. Palazzo Chigi e il Mef devono trovare una quadra tra di loro e decidere come orientare i protagonisti in campo. Potrebbero spingere per un nocciolo tricolore da formare in casa Generali con i contributi di Banca d’Italia, Cdp, Poste, Intesa, Unicredit. Oppure potrebbero spingere Generali nelle braccia di Intesa per creare un vero colosso europeo bancario-assicurativo che potrebbe poi vendere alcuni pezzi come Alleanza e forse Banca Generali a Unicredit. Oppure, ancora, potrebbero favorire un ritorno di fiamma tra Banco Bpm e Monte dei Paschi, per arginare i francesi dell’Agricole e formare il secondo gruppo bancario del Paese. Infine potrebbero lasciar passare Unicredit su Mps lasciando ai francesi il controllo su Banco Bpm ben sapendo, però, che insieme l’Agricole e il Banco diventerebbero la prima banca italiana nelle regioni del nord del Paese, quelle cioè che danno un contributo essenziale al Pil, sopravanzando anche Intesa e Unicredit. Da tutte queste decisioni concatenate tra loro dipenderà il nuovo assetto della finanza italiana.

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