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L'adolescenza delle imprese italiane

L’Italia può tornare a crescere non per imitazione, ma per convinzione. È tutto alla nostra portata. Basta deciderlo
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* Presidente Electa Ventures

Siamo un Paese laborioso, dinamico, determinato e creativo. Questa qualità la esprimiamo soprattutto nelle nostre Pmi, che restano il cuore della nostra economia e della nostra identità. Ma dobbiamo ricordarci una cosa semplice: si può partire piccoli, ma non ci si può innamorare della polverizzazione. Allo stesso modo non possiamo accettare l’idea che la crescita passi solo attraverso il consolidamento in multinazionali straniere. La partita non è tra piccolo e grande, ma tra chi resta fermo e chi scala.

La verità è che gli altri lo sanno già: sanno che valiamo. È per questo che tanti operatori internazionali cercano le nostre imprese, le rilevano, le portano nelle loro catene di controllo, e ne estraggono capacità e know-how attraverso takeover, leveraged buyout, riorganizzazioni. Siamo noi, spesso, a non convincerci di ciò che siamo. A ragionare ancora come “adolescenti”.

Uso spesso il riferimento al ginnasio e al liceo perché descrive bene la nostra c…

* Presidente Electa Ventures

Siamo un Paese laborioso, dinamico, determinato e creativo. Questa qualità la esprimiamo soprattutto nelle nostre Pmi, che restano il cuore della nostra economia e della nostra identità. Ma dobbiamo ricordarci una cosa semplice: si può partire piccoli, ma non ci si può innamorare della polverizzazione. Allo stesso modo non possiamo accettare l’idea che la crescita passi solo attraverso il consolidamento in multinazionali straniere. La partita non è tra piccolo e grande, ma tra chi resta fermo e chi scala.

La verità è che gli altri lo sanno già: sanno che valiamo. È per questo che tanti operatori internazionali cercano le nostre imprese, le rilevano, le portano nelle loro catene di controllo, e ne estraggono capacità e know-how attraverso takeover, leveraged buyout, riorganizzazioni. Siamo noi, spesso, a non convincerci di ciò che siamo. A ragionare ancora come “adolescenti”.

Uso spesso il riferimento al ginnasio e al liceo perché descrive bene la nostra condizione. L’Italia ha un “ginnasio” straordinario — l’Euronext Growth Milan — che sforna anche campioni capaci di competere e primeggiare sul mercato principale. Le sole società passate da EGM al listino principale valgono complessivamente una volta e mezza l’intero EGM. Questo non è un dato statistico, è un messaggio culturale: il nostro “ginnasio” forma eccellenze che diventano leader.

Nonostante questo, nel dibattito sulle Pmi ci concentriamo troppo sulla “P”: sul piccolo, sulle proteste di chi resta fermo, sull’autoreferenzialità di chi indossa l’etichetta di Pmi come un destino di serie B, invece che come una opportunità di crescita. È come dare più voce a chi prende tre esami a settembre al primo anno di ginnasio, piuttosto che a chi, dal ginnasio, è già passato con ottimo al liceo. Se non supportiamo e valorizziamo chi cresce, se non lo indichiamo come modello, è difficile che il sistema si convinca a sostenere davvero la scalabilità delle nostre imprese.

Siamo un Paese che continua a far sognare il mondo con prodotti eccellenti, manifattura sofisticata, servizi accurati. E possiamo continuare a esserlo solo se evitiamo due trappole. La prima: diventare camerieri di filiere che non sono le nostre, subordinati a decisioni prese altrove. La seconda: appiattirci su visioni che non ci appartengono, come quella di chi vorrebbe trascinare tutta l’Europa in un modello fondato sul riarmo a debito e sulla paura, per sostenere industrie che non sono più competitive senza un continuo afflusso di risorse pubbliche. Allo stesso modo dobbiamo liberarci dell’italica illusione del “cemento miracoloso”: l’idea che costruire contenitori faccia crescere automaticamente l’economia. Quei contenitori si riempiono spesso di tecnologie di importazione, alimentate da energia acquistata a caro prezzo dal Nord America. Non possiamo indebitare i nostri figli per provocare effimere fiammate di Pil nazionale e alimentare margini e apparati produttivi non italiani.

La verità è che i più “avanti”, in questa storia, siamo noi. Ma dobbiamo rendercene conto. Dobbiamo investire su noi stessi, sulle nostre idee, sulla nostra capacità industriale e creativa. Dobbiamo favorire aggregazioni virtuose tra imprese italiane, sostenere chi scala, rafforzare i campioni nazionali. E dobbiamo farlo con un raccordo più diretto tra risparmio e impresa, liberando energie che oggi rimangono imprigionate in una logica puramente finanziaria e vengono sistematicamente indirizzati su investimenti in large-cap non nazionali. Smettiamo di pensarci come eterni adolescenti e iniziamo a riconoscere la nostra forza: l’Italia può tornare a crescere non per imitazione, ma per convinzione. È tutto alla nostra portata. Basta deciderlo.

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