Quando il cambio può diventare politica monetaria
di Walter GalbiatiSiamo in una “buona posizione”. E anche l’apprezzamento dell’euro che ha fatto tanto rumore a fine gennaio non deve essere preso – almeno per ora - come una minaccia. L’intervento di Lagarde dopo la decisione di lasciare i tassi invariati liquida le preoccupazioni degli investitori che temevano che una corsa della valuta unica potesse minare l’economia con un periodo di bassa inflazione e bassa crescita.
Da quando si è insediato Trump lo scorso gennaio, l’euro ha intrapreso una corsa al rialzo che lo ha portato dalla quasi parità col dollaro al picco di 1,20 di fine gennaio, per poi ritracciare leggermente. Che significa che anche senza l’Accordo di Mar a Lago per una svalutazione multilaterale del dollaro del 20% ventilato da Stephen…
Siamo in una “buona posizione”. E anche l’apprezzamento dell’euro che ha fatto tanto rumore a fine gennaio non deve essere preso – almeno per ora - come una minaccia. L’intervento di Lagarde dopo la decisione di lasciare i tassi invariati liquida le preoccupazioni degli investitori che temevano che una corsa della valuta unica potesse minare l’economia con un periodo di bassa inflazione e bassa crescita.
Da quando si è insediato Trump lo scorso gennaio, l’euro ha intrapreso una corsa al rialzo che lo ha portato dalla quasi parità col dollaro al picco di 1,20 di fine gennaio, per poi ritracciare leggermente. Che significa che anche senza l’Accordo di Mar a Lago per una svalutazione multilaterale del dollaro del 20% ventilato da Stephen Miran nella sua “Guida per la ristrutturazione del sistema commerciale globale” pubblicata nel novembre 2024 e che è stata indicata come uno dei testi che più ha influito sulla politica economica di Trump, il biglietto verde ha preso la strada del ribasso portando beneficio alla manifattura e alla bilancia commerciale Usa, più dei dazi.
Un salasso per l’Europa
L’euro forte, di contro, è diventato un ulteriore salasso per l’Europa, la cui economia si basa in gran parte sull’export, soprattutto quella di Germania e Italia. Eppure, la Bce ufficialmente non ritiene ancora preoccupante l’attuale livello del tasso di cambio.
Nella sua ultima riunione della settimana scorsa, Lagarde ha ripetuto quello che aveva detto a dicembre, cioè che «un euro più forte potrebbe portare l’inflazione al di sotto delle attuali aspettative». Ma, sebbene i dati siano andati in questa direzione con l’inflazione diminuita all’1,7% a gennaio, dal 2,0% di dicembre e dal 2,1% di novembre, la presidente non ha agitato i campanelli d’allarme, anzi ha minimizzato dicendo che la Bce non si occupa di cambi e riconducendo l’apprezzamento dell’euro a una dinamica normale. «L’attuale intervallo - sono le sue parole - entro il quale si sta evolvendo l’euro rispetto al dollaro è molto in linea con la media complessiva del tasso di cambio col dollaro da quando l’euro è stato introdotto».
La civetta
Per Lagarde, quindi, l’attuale livello sul dollaro (intorno a 1,20) è già compreso nelle valutazioni della Bce e non c’è nulla che possa far cambiare le decisioni di politica monetaria che rimangono le stesse, ovvero né da falco né da colomba, ma da civetta che scruta l’orizzonte in base ai dati che vengono periodicamente pubblicati.
Anche le stime delle banche d’affari ritengono difficile un intervento sul costo del denaro nel corso dell’anno e rimandano un taglio più in là, nel 2027.
Le proiezioni della Bce, però, non lasciano tranquilli perché sono per una inflazione inferiore al 2% per i prossimi tre anni. E il vicepresidente della Banca centrale, Luis de Guindos, ha sostenuto la scorsa estate che finché il cambio col dollaro rimane a 1,20 è accettabile, diversamente si potrebbero porre le basi per intervenire. E ad oggi, nonostante l’ostentata sicurezza di Lagarde, stiamo correndo su quel crinale.