MILANO – Marco Branca, 61 anni, è stato centravanti nella Serie A stellare degli anni Ottanta e Novanta. A fine carriera, nel 1998, è passato dall’Inter al Middlesbrough. «Dal punto di vista del calcio, ovviamente, non avevamo nulla da invidiare. Quanto agli stadi, invece, eravamo già indietro. Quelli inglesi erano già belli e moderni. Avevano box per sponsor e tv, sale ristorante, cose inimmaginabili in Italia».
Quale stadio la stupì di più?
«Il Blackburn. Non aveva solo il bomber Alan Shearer, ma anche strutture stupende. Le famiglie passavano cinque o sei ore allo stadio. Mangiavano, scommettevano, bevevano una birra dopo il match. Passavano lì la giornata».
All’epoca pensò che sarebbe successo anche in Italia?
«Lo speravo. Mai avrei detto che dopo ventotto anni ci saremmo ancora trovati a rincorrere».
Perché il calcio italiano è rimasto indietro sugli stadi?
«É un fatto di scelte politiche. In Inghilterra negli anni Novanta lo Stato diede ai club pochi soldi ma molti permessi per …
MILANO – Marco Branca, 61 anni, è stato centravanti nella Serie A stellare degli anni Ottanta e Novanta. A fine carriera, nel 1998, è passato dall’Inter al Middlesbrough. «Dal punto di vista del calcio, ovviamente, non avevamo nulla da invidiare. Quanto agli stadi, invece, eravamo già indietro. Quelli inglesi erano già belli e moderni. Avevano box per sponsor e tv, sale ristorante, cose inimmaginabili in Italia».
Quale stadio la stupì di più?
«Il Blackburn. Non aveva solo il bomber Alan Shearer, ma anche strutture stupende. Le famiglie passavano cinque o sei ore allo stadio. Mangiavano, scommettevano, bevevano una birra dopo il match. Passavano lì la giornata».
All’epoca pensò che sarebbe successo anche in Italia?
«Lo speravo. Mai avrei detto che dopo ventotto anni ci saremmo ancora trovati a rincorrere».
Perché il calcio italiano è rimasto indietro sugli stadi?
«É un fatto di scelte politiche. In Inghilterra negli anni Novanta lo Stato diede ai club pochi soldi ma molti permessi per costruire nuove arene, riconoscendo il valore sociale e pubblico del calcio».
La ricetta dovrebbe essere questa anche per noi?
«Certo: proprietà degli stadi ai club e libertà di migliorarli, in cambio di sicurezza, comfort, e impegno per tenere fuori gli imbecilli che rovinano la partita agli altri. Chi per troppi anni ha campato di tifo deve sparire dalle curve. Solo così potremo tornare competitivi con Spagna e Inghilterra. Lo stadio non deve essere un problema, ma una fonte di profitti».
E coi soldi dello stadio che si fa?
«Si comprano giovani giocatori forti. Non si aspetta che i campioni siano prossimi alla pensione per comprarli. L’Atalanta è un grande esempio. Ha lavorato bene col pubblico sullo stadio, sa fare player trading, e se un calciatore si fa male, ha pronti trenta milioni per prenderne un altro».
Lei ha vissuto realtà diverse, da Cagliari a Udine, da Roma a Firenze, fino a Milano. Che differenze ha visto per quanto riguarda gli stadi?
«In generale ho visto situazioni difficili e oggi è peggio: strutture fatiscenti, troppa burocrazia, lavori infiniti, come a Firenze, dove si è discusso per anni senza far nulla. L’eccezione è Udine, dove la società ha trasformato il Friuli in un gioiello».
Può essere un modello anche per le grandi piazze?
«Deve esserlo, non si scappa. E la sfida più difficile è riuscire a non si scaricare in modo eccessivo il costo dei lavori sui tifosi. I settori popolari degli stadi devono essere accessibili e le scuole calcio gratuite».
Quando lei era dirigente all’Inter con Massimo Moratti, si parlava già del nuovo San Siro?
«Certo, ma non c’erano i presupposti. A Torino privato e pubblico hanno collaborato per il risultato. A Milano il Comune all’epoca era meno sensibile. Come a Roma, dove le amministrazioni non hanno mai dato un vero via libera ai progetto. Speriamo di esserci arrivati. Di tempo ne abbiamo perso anche troppo».