Stadi italiani da retrocessione. Il Garante: strutture cadenti, opaca la gestione pubblica
di Aldo FontanarosaROMA – Il calcio, uno degli sport più appassionanti. Campionati di Serie A e B ancora pieni di contenuti tecnici. Gli stadi, invece: vecchi, freddi, insicuri, spesso da zona retrocessione.
Questo paradosso italiano non è ancora risolto, a 35 anni dal Mondiale del 1990 e ad appena sei dall’Europeo in Italia e Turchia. E così il Garante Antitrust - sentinella dei diritti dei consumatori e anche dei tifosi - alza ora un cartellino giallo sotto il muso dei maggiori stadi a proprietà pubblica del Paese lasciando intendere che a volte meriterebbero l’espulsione.
Scomodi e freddi
C’è una Nazione, non lontana, dove qualsiasi impianto a ogni partita registra il tutto esaurito. Nel Regno Unito, il tasso di riempimento de…
ROMA – Il calcio, uno degli sport più appassionanti. Campionati di Serie A e B ancora pieni di contenuti tecnici. Gli stadi, invece: vecchi, freddi, insicuri, spesso da zona retrocessione.
Questo paradosso italiano non è ancora risolto, a 35 anni dal Mondiale del 1990 e ad appena sei dall’Europeo in Italia e Turchia. E così il Garante Antitrust - sentinella dei diritti dei consumatori e anche dei tifosi - alza ora un cartellino giallo sotto il muso dei maggiori stadi a proprietà pubblica del Paese lasciando intendere che a volte meriterebbero l’espulsione.
Scomodi e freddi
C’è una Nazione, non lontana, dove qualsiasi impianto a ogni partita registra il tutto esaurito. Nel Regno Unito, il tasso di riempimento degli spalti per le gare della Premier è del 96% (dati 2022-2023). Lo stadio inglese è talmente sicuro, bello e ospitale che i tifosi ci vanno perfino quando la squadra del cuore è già retrocessa.
In Germania, gli undici entrano ogni volta in una arena gremita e festosa, con i biglietti staccati e gli abbonamenti oltre quota 43 mila. In Italia - nota il Garante Antitrust facendo proprio i dati delle analisi più aggiornate - il tasso di riempimento si ferma al 77% e la media delle presenze neanche raggiunge quota 30.500.
La gente, da noi, è abbastanza stanca di sedere in strutture cadenti che, nel 60% dei casi, hanno più di 30 anni di vita; a volte con vistosi problemi di manutenzione; con ostacoli e trappole per anziani, bambini, disabili (spesso, non sempre); e servizi mediamente modesti.
I compratori
Il campionato europeo degli investimenti, d’altra parte, noi lo abbiamo già perso. Prendiamo il periodo che va dal 2015 al 2023. In questi anni, le iniezioni di denaro negli stadi italiani e nell’impiantistica sportiva si fermano a 459 milioni di euro. In Germania siamo a 857 milioni. In Francia vicini al miliardo. In Spagna sopra i due. Nel Regno Unito addirittura sopra i 4.
Ora, la soluzione a tutto questo è forse la vendita degli stadi pubblici alle squadre che ci giocano? Intanto 8 stadi sono già privati (a Bergamo, Cagliari, Cremona, Frosinone, Milano, Reggio-Emilia, Torino lato Juve, Udine).
Poi svariati club (Napoli, Lazio, soprattutto Roma) guardano ormai a un impianto di loro proprietà che verrebbe costruito da zero secondo progetti all’avanguardia. Il compratore dello stadio pubblico insomma può non esserci già più.
Un servizio, non un bene
Al netto di questi dettagli, il Garante Antitrust non può certo difendere alcune gestioni pubbliche delle arene che sono tutte comunali (con l’unica eccezione dell’Olimpico, proprietà del ministero dell’Economia attraverso Sport e Salute Spa).
Il Garante nota intanto che alcuni Comuni guardano allo stadio come a un bene patrimoniale, da concedere “in uso”. E questo è un errore. Lo stadio andrebbe considerato semmai un servizio pubblico locale “di rilevanza economica”, in grado - fosse gestito bene - di procurare importanti utili al proprietario pubblico.
Qualità ed efficienza
L’approccio, che dunque è sbagliato sul nascere, fa sì che svariati Comuni si dimentichino dello stadio. Non verificano se l’impianto sia gestito con efficienza, se sia rispettato il diritto della collettività ad accedere per fare sport (quando non ci sono partite), se i servizi alle tifose e ai tifosi siano quantomeno decorosi.
Scrive il Garante: «Dei dodici Comuni proprietari di stadi con capienza di almeno 30.000 posti e/o con squadre cittadine in Serie A» - soltanto tre «hanno incluso nella ricognizione la descrizione dell’andamento del servizio di gestione dello stadio».
Viviamo dunque «una situazione di generalizzata opacità» proprio «sulla qualità e l’efficienza nella loro gestione».
Caffè e bevande
I servizi al tifoso negli stadi pongono infine un problema di trasparenza. Bar, punti ristoro e negozi dentro lo stadio - macchine che macinano tanti soldi, prima e durante le partite - di solito sono compresi nella concessione in favore della società che utilizza l’impianto. Il pacchetto è unico.
E già questo non è il massimo. Il Garante trova incoerente che un club calcistico venda anche caffè e bibite. Quando poi la società è libera di concedere simili servizi a un altro soggetto (in sub-affidamento), poche volte il contratto impone al club di scegliere questo “qualcun altro” con una gara pubblica (in modo aperto e trasparente).