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I dazi si ritorcono contro gli americani, Trump inizia a frenare: le midterm fanno paura

(agf)

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Per il Ft il presidente Usa starebbe pensando di abbassare le tariffe su alluminio e acciaio, anche se il consigliere Navarro smentisce. Sta di fatto che uno studio della Fed di New York mostra come la guerra commerciale penalizzi i cittadini statunitensi
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NEW YORK – La paura di perdere le elezioni midterm inizia a condizionare Trump. Perciò da una parte il presidente pensa di ridurre i dazi su alluminio e metalli vari, perché uno studio della Federal Reserve di New York dimostra che circa il 90% dei costi ricade sui cittadini americani; dall’altra festeggia la frenata dell’inflazione, che potrebbe affievolire la percezione della crisi dell’affordability e incoraggiare la banca centrale a tagliare i tassi. Il tutto con l’incognita dei tempi, perché se gli effetti di queste manovre non si faranno sentire entro novembre, ma possibilmente anche prima per avere un impatto sulle intenzioni di voto, i repubblicani e il loro capo della Casa Bianca rischiano comunque una batosta alle urne.

La teoria di Trump era che i dazi avrebbero costretto le aziende straniere a trasferire la loro produzione negli Usa, rilanciando il settore manifatturiero, l’occupazione e la crescita. Questo finora non sta avvenendo, almeno nelle proporzioni e con la rapidi…

NEW YORK – La paura di perdere le elezioni midterm inizia a condizionare Trump. Perciò da una parte il presidente pensa di ridurre i dazi su alluminio e metalli vari, perché uno studio della Federal Reserve di New York dimostra che circa il 90% dei costi ricade sui cittadini americani; dall’altra festeggia la frenata dell’inflazione, che potrebbe affievolire la percezione della crisi dell’affordability e incoraggiare la banca centrale a tagliare i tassi. Il tutto con l’incognita dei tempi, perché se gli effetti di queste manovre non si faranno sentire entro novembre, ma possibilmente anche prima per avere un impatto sulle intenzioni di voto, i repubblicani e il loro capo della Casa Bianca rischiano comunque una batosta alle urne.

La teoria di Trump era che i dazi avrebbero costretto le aziende straniere a trasferire la loro produzione negli Usa, rilanciando il settore manifatturiero, l’occupazione e la crescita. Questo finora non sta avvenendo, almeno nelle proporzioni e con la rapidità di cui avrebbe bisogno il presidente. In più l’aumento delle materie prime sta penalizzando le compagnie americane che hanno bisogno di importarle, mentre la Cina si avvantaggia delle tariffe esportando più beni a basso costo nei paesi colpiti, come dimostra il balzo del suo surplus commerciale. La seconda certezza era che le tariffe avrebbero arricchito Washington, e in effetti un po’ di soldi stanno entrando nelle casse del Tesoro. Sono però poca cosa, per un’economia da 31.000 miliardi di dollari all’anno, e in parte Trump ha dovuto restituire questi profitti ai settori che hanno sofferto a causa dei dazi, come l’agricoltura. La terza certezza era che alla fine i costi delle tariffe li avrebbero pagati gli esportatori stranieri, che pur di conservare l’accesso al ricco mercato americano avrebbero abbassato i prezzi. Secondo lo studio realizzato dalla Fed di New York e dalla Columbia University sta avvenendo il contrario. Nei primi otto mesi del 2025 il 94% dei costi è ricaduto sugli americani, quindi quasi tutto. A novembre scorso il peso è sceso all’86%, perché alcune aziende hanno iniziato a rinegoziare i contratti, ma resta comunque troppo elevato e il calo è troppo lento.

Trump ha capito che così rischia di perdere le elezioni midterm, e soprattutto lo hanno capito i suoi colleghi repubblicani, che infatti con le loro sei defezioni hanno aiutato i democratici ad approvare una risoluzione alla Camera contro i nuovi dazi al Canada. Perciò, secondo il Financial Times, il presidente ha deciso di ridurre le tariffe del 50% imposte sulle importazioni di alluminio e acciaio. Il suo consigliere Peter Navarro ha smentito, ma il costo ricade sugli elettori che minacciano di punirlo, se è vero il sondaggio del Pew Center secondo cui il 70% degli americani ha ora una percezione negativa delle politiche economiche del capo della Casa Bianca. E’ possibile quindi che interventi simili avvengano in altri settori, ma comunque Trump non dovrebbe avere incentivi a minacciare o imporre nuovi dazi, come ad esempio aveva fatto contro i paesi europei contrari alla sua offensiva sulla Groenlandia.

L’inflazione gli sta dando una mano, perché secondo i dati pubblicati ieri è aumentata del 2,4%, meno delle aspettative. Questo potrebbe avere un impatto sulla percezione degli americani sull’affordability, ossia il costo elevato della vita, e magari convincere la Fed a tagliare i tassi, in attesa della conferma del nuovo presidente Kevin Warsh. Il problema sono i tempi, perché Trump ha assolutamente bisogno che gli effetti si sentano prima di novembre.

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