MILANO – Quando Wall Street ha paura, l’Europa sanguina. E Piazza Affari di più, se la riduzione dei rischi passa per la vendita dei titoli bancari, più diffusi e brillanti qui che altrove. In una stramba settimana il listino italiano ha perso quasi il 3%, contro l’1% circa dei grandi indici Usa o europei, riflettendo i timori che la distruzione prodotta dall’IA maciulli vari settori dell’economia globale: dal software alla logistica, dal risparmio gestito alla qualunque. Gli investitori, nell’ansia di ridurre la leva debitoria e l’esposizione, vendono prima le azioni del credito, reduci da tre anni gloriosi e che consentono di smontare le posizioni perdendo meno soldi.
Specie le banche italiane, che complice il risiko spinsero il Ftse Mib a guadagnare il 30% l’anno scorso, …
MILANO – Quando Wall Street ha paura, l’Europa sanguina. E Piazza Affari di più, se la riduzione dei rischi passa per la vendita dei titoli bancari, più diffusi e brillanti qui che altrove. In una stramba settimana il listino italiano ha perso quasi il 3%, contro l’1% circa dei grandi indici Usa o europei, riflettendo i timori che la distruzione prodotta dall’IA maciulli vari settori dell’economia globale: dal software alla logistica, dal risparmio gestito alla qualunque. Gli investitori, nell’ansia di ridurre la leva debitoria e l’esposizione, vendono prima le azioni del credito, reduci da tre anni gloriosi e che consentono di smontare le posizioni perdendo meno soldi.
Specie le banche italiane, che complice il risiko spinsero il Ftse Mib a guadagnare il 30% l’anno scorso, più in alto di tutti. L’indice Ftse Italia banche tra lunedì e venerdì ha perso l’8,4%, malgrado i conti 2025 degli istituti siano floridi, con 30 miliardi di utili aggregati, e peggio dell’indice Euro Stoxx creditizio (-7,5% in settimana), e del Dow Jones Us Banks (-6,5%).
Wall Street, paura del vuoto
Bisogna tornare agli Usa per capire il movimento, che è tutto “macro”. La paura del vuoto, di un evento che sgonfi la bolla a cui la montagna di liquidità ha spinto i titoli dei colossi tecnologici, porta a venderli, per reinvestire in settori più tradizionali, più riparati dalla rivoluzione digitale. Martedì a Wall Street si erano visti ribassi su alcune società dei servizi finanziari, dopo la notizia che la startup di gestioni patrimoniali Altruist aveva introdotto funzionalità di pianificazione fiscale basate sull'IA. La reazione s’è estesa all’Europa l’indomani, e in Italia Banca Generali, Fineco e Mediolanum hanno perso rispettivamente il 7,6%, 9% e 9,5%.
Il fatto che non ci siano legami diretti tra la “pianificazione fiscale” e le attività dei tre marchi nel risparmio gestito sembra irrilevante. Con simili dinamiche, giovedì, a Wall Street sono crollati i tecnologici: Cisco ha perso il 12% per aver detto che l'aumento dei prezzi dei chip di memoria potrebbe ridurre i margini (almeno qui c’è correlazione). Ma che dire del crollo delle aziende del software, fino al 3,5% in seduta, e del settore della logistica perché la startup Algorhythm Holdings – prima attiva nel karaoke – ha annunciato servizi per accrescere del 3-400% i volumi di trasporto merci a parità di personale? Mentre le sue azioni volavano l’Etf di S&P sui trasporti ha perso il 4%, e l'indice Russell 3000 dei camion scendeva di quasi l'8%. “Il mercato sembra scontare un futuro in cui modelli di IA generativa annienteranno i tradizionali modelli software-as-a-service – si legge nell’analisi di Swissquote –. Ma potrebbe essere un'interpretazione estrema”, mentre per l’operatore è più probabile un aumento della concorrenza o nuove fusioni nel settore.
“C’è una massa enorme di liquidità investita a leva in alcuni settori che oggi sono colpiti dal rischio che l’IA comprima i margini; la chiusura delle operazioni porta ad una rotazione verso settori più tradizionali e difensivi che mettano al riparo da questi rischi”, spiega Guido Pardini vice dg di Intermonte. Ma questa riduzione aggressiva delle posizioni, aggiunge, “amplifica i movimenti: i settori sovrappesati vengono ridotti, quelli sottopesati o venduti allo scoperto vengono ricomprati, provocando movimenti esasperati e slegati da un cambiamento dei fondamentali sottostanti”. Venerdì tra l’altro Wall Street si è ripresa dopo il dato sull’inflazione mensile, salita dello 0,2% e al 2,4% annuo, meno delle attese e alimentando le speranze che la Fed tagli i tassi altre due volte nel 2026. Ma non si sono rianimati i listini europei, che con la valuta unica a 1,186 sul dollaro vedono l’economia indebolirsi di fronte a una Bce poco attiva sulla leva monetaria.