Germania, se otto ore di lavoro sono poche
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniAddio a una storica conquista dei lavoratori: la giornata delle otto ore. Friedrich Merz si è convinto che i tedeschi fatichino poco, e che «con la settimana dei quattro giorni lavorativi e con il work-life-balance non possiamo garantire il nostro benessere futuro», ha detto già a maggio dello scorso anno. Da allora il cancelliere ripete a ogni piè sospinto che i tedeschi lavorano troppo poco, che si ammalano troppo, che i mini-job vanno ridefiniti, che «in questo Paese dobbiamo lavorare di più e in modo più efficiente». Apriti cielo. Le parole d’ordine sempre un po’ populiste di Merz sono suonate come un invito a nozze per chi sogna di smontare le robuste tutele sociali della Germania.
baby boomers sotto accusa
Puntualmente, dalla destra del suo partito sono partiti affondi contro il part-time o alcune tutele storiche. Il caso più clamoroso è quello di Gitta Connemann, capa della potente ala economica della Cdu. In vi…
Addio a una storica conquista dei lavoratori: la giornata delle otto ore. Friedrich Merz si è convinto che i tedeschi fatichino poco, e che «con la settimana dei quattro giorni lavorativi e con il work-life-balance non possiamo garantire il nostro benessere futuro», ha detto già a maggio dello scorso anno. Da allora il cancelliere ripete a ogni piè sospinto che i tedeschi lavorano troppo poco, che si ammalano troppo, che i mini-job vanno ridefiniti, che «in questo Paese dobbiamo lavorare di più e in modo più efficiente». Apriti cielo. Le parole d’ordine sempre un po’ populiste di Merz sono suonate come un invito a nozze per chi sogna di smontare le robuste tutele sociali della Germania.
baby boomers sotto accusa
Puntualmente, dalla destra del suo partito sono partiti affondi contro il part-time o alcune tutele storiche. Il caso più clamoroso è quello di Gitta Connemann, capa della potente ala economica della Cdu. In vista del congresso a Stoccarda previsto nel prossimo fine settimana, Connemann ha presentato un’aggressiva mozione contro l’orario ridotto, definito con disprezzo «da lifestyle». La leader della corrente di destra dei cristianodemocratici ha chiesto di limitarlo al massimo, di cancellarlo a chi lo sceglie “soltanto” per migliorare la qualità della vita: in Germania il part time ha raggiunto nel 2025 quota record del 40%. Ma nella stragrande maggioranza dei casi di tratta di donne, per le quali l’orario ridotto è spesso l’unica possibilità di conciliare ufficio e figli. E la bufera che si è scatenata contro Connemann ha raggiunto l’apice con una indignata lettera di una delle principali organizzazioni delle piccole e medie imprese (Bvmw) che ne ha chiesto, tout court, le dimissioni.
I presunti pelandroni
Lei poi si è scusata, ma la discussione sui presunti tedeschi pelandroni non si è fermata. Sembra il tana libera tutti dei liberisti d’antan, quelli un po’ anni Novanta che ormai si pensavano archiviati per sempre dopo le catastrofali ricette di quegli anni. Alcune proposte hanno provocato una levata di scudi persino nella stessa Cdu. Una per tutte: mentre una Berlino tragicamente trasformata di una gigantesca pista di ghiaccio registrava un record di ricoverati per fratture e una nuova ondata di polemiche sulla pessima gestione cittadina dell’emergenza da freddo investiva il sindaco Kai Wegner, qualcun altro tra i cristianodemocratici ha pensato bene di proporre in vista dell’imminente congresso della Cdu di abolire le coperture assicurative per chi va al lavoro.
il confronto
Le otto ore
Ma poi c’è il dibattito, molto più strutturato, sulle otto ore. Perché in realtà l’idea di passare da un limite quotidiano a uno settimanale di ore è stata persino scolpita nel Contratto di coalizione concordato l’anno scorso dal governo Merz. Quello sottoscritto dunque anche dal partner di coalizione socialdemocratico. Il piano è quello di cancellare il limite delle otto ore quotidiane e stabilirne uno di 48 ore settimanali (anche se Merz ha parlato di recente di 40 ore). In teoria le 48 ore sarebbero anche consentite dal regolamento europeo, a condizione che si rispetti un periodo di riposo tra un turno e l’altro di almeno undici ore e che il lavoratore possa beneficiare almeno di un giorno libero.
Uno degli dati più citati a favore di orari più flessibili è quello dell’IW (Institut fuer deutsche Wirtschaft) secondo il quale i tedeschi lavorano 135 ore meno dei colleghi greci (nel 2023 sono state 1.036 ore contro le 1.172 dei greci). E la forza lavoro, secondo molti economisti, ha raggiunto il suo potenziale massimo, con gli attuali 46 milioni di occupati. Nei prossimi dieci anni, quando andranno in pensione i babyboomer, dunque la fascia di popolazione più ampia, il «volume delle ore lavorate calerà: tanto più sarà importante che aumenti il tempo lavorato degli occupati», sostiene l’IW.
Il 28 gennaio il consiglio dei ministri ha già deciso una misura che va in questa direzione. L’approvazione della “Nuova strategia del turismo” vuol fare da apripista: abolisce le otto ore e introduce un limite settimanale per quel settore specifico. La ministra dell’Economia Katherina Reiche (Cdu) difende la misura così: «Sgraviamo le imprese, sburocratizziamo e creiamo una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro». Finora i tedeschi possono lavorare per legge un massimo di dieci ore al giorno. Ma molte aziende spingono per cancellare anche quel limite. E il giorno del via libera della “Nuova strategia del turismo” il Responsabile turismo del governo, Christoph Pleiss (Cdu) ha lasciato intendere che è solo l’inizio: «La flessibilizzazione della legge sull’occupazione e l’introduzione della settimana lavorativa al posto della giornata lavorativa sarà approvata entro la fine dell’anno». L’idea, in particolare per settori come il turismo, la gastronomia o la cura, è quella di arrivare alle dodici ore giornaliere. Sarà la ministra del Lavoro Baerbel Bas a dover presentare, dopo un confronto con le parti sociali, una proposta di legge.
Ma i sindacati non ci stanno. La potente organizzazione Dgap che raggruppa otto sigle e rappresenta 5,6 milioni di occupati, il sindacato dei servizi Ver.di che vanta 1,8 milioni di iscritti e la Ig Metall, il sindacato dei metalmeccanici da oltre due milioni di membri, hanno già annunciato proteste. Il capo di Ver.di, in particolare, Frank Werneke, parla di «tentativo di sfruttamento fino al midollo — senza considerare i danni per la salute».
Ma dubbi sono stati sollevati anche dalla Fondazione Hans-Boeckler (vicina ai sindacati). L’abolizione delle otto ore, sostiene l’esperta Yvonne Lott, «aprirebbe le porte a carichi di lavoro illegali e a giornate lavorative di oltre dieci ore». Un «veleno per la salute» che minerebbe oltretutto «la possibilità di conciliare il lavoro e la famiglia», e sarebbe insomma particolarmente gravoso per le donne.