Antonio Gozzi: “I dogmi europei hanno spinto i prezzi. Il sistema andava scardinato”
di Diego LonghinIl presidente di Federacciai e di Duferco, Antonio Gozzi
ROMA – “La cosa più importante era scardinare il sistema. Ora se ne può costruire uno nuovo, condiviso fra tutti”. Antonio Gozzi è presidente di Federacciai, presidente di Duferco, holding che opera nel settore acciaio ed energia.
Gozzi, di quale sistema parla?
“Quello che ha fatto esplodere i costi energetici e ha trasformato strumenti nati con l’obiettivo di decarbonizzare in una semplice tassa sulla CO2 che ha provocato la deindustrializzazione dell’Europa. Ora si può aprire uno spazio per discuterne a Bruxelles e per creare un nuovo equilibrio tra produttori e consumatori. È merito del governo”.
Perché?
“È la prima volta che si affronta la questione in modo strutturale. Il segnale più forte riguarda gli Ets (sistema che contabilizza emissioni di CO2 come parte del prezzo all’ingrosso dell’energia) che in Europa sono diventati quasi una religione. Io li ho sempre criticati, ero un predicatore nel deserto. Poi si è convinta Confindustria, poi Confindustria ha convinto il governo…
ROMA – “La cosa più importante era scardinare il sistema. Ora se ne può costruire uno nuovo, condiviso fra tutti”. Antonio Gozzi è presidente di Federacciai, presidente di Duferco, holding che opera nel settore acciaio ed energia.
Gozzi, di quale sistema parla?
“Quello che ha fatto esplodere i costi energetici e ha trasformato strumenti nati con l’obiettivo di decarbonizzare in una semplice tassa sulla CO2 che ha provocato la deindustrializzazione dell’Europa. Ora si può aprire uno spazio per discuterne a Bruxelles e per creare un nuovo equilibrio tra produttori e consumatori. È merito del governo”.
Perché?
“È la prima volta che si affronta la questione in modo strutturale. Il segnale più forte riguarda gli Ets (sistema che contabilizza emissioni di CO2 come parte del prezzo all’ingrosso dell’energia) che in Europa sono diventati quasi una religione. Io li ho sempre criticati, ero un predicatore nel deserto. Poi si è convinta Confindustria, poi Confindustria ha convinto il governo. Ora la battaglia si sposta in Europa, dove è fissata la revisione nel terzo trimestre ’26. Non sarà una battaglia facile”.
Gli Ets servono anche a finanziare la transizione e le rinnovabili, no?
"Il punto è correggere le distorsioni: oggi il mercato delle certificazioni Ets è esposto a speculazione. È diventato un terreno per fondi e banche d’affari, mentre gli industriali comprano quote per tenere aperte le fabbriche. E mi fa piacere che anche il governo se ne sia accorto”.
A breve si vedranno effetti concreti per le imprese dal decreto?
“Serve tempo prima che le misure entrino a pieno regime e valutare l’impatto reale. Io colgo soprattutto il valore del segnale politico”.
Peccato che ci sia sempre l’ultima parola di Bruxelles...
“Il fatto che tutto debba passare da Bruxelles mostra una contraddizione di fondo”.
Quale?
“Che non esiste un vero mercato unico dell’energia: se esistesse, pagheremmo come Francia e Spagna. Però, allo stesso tempo, ai singoli Stati si limita la possibilità di intervenire per correggere gli squilibri”.
Nel decreto per i consumatori energivori non c’è nulla. Deluso?
“Alcune misure esistono già: interrompibilità 1 e 2, interconnector, energy release... Mi aspetto soprattutto una discesa del Pun (prezzo unico nazionale, ndr), questo produrrà effetti anche sulle bollette di chi consuma tanto”.
I produttori di energia, però, temono, tra addizionale Irap ed effetti Ets, di veder aumentare i costi e ridurre i profitti. La Borsa sembra dargli ragione. Come fare?
“È vero, ma perché si sono andate a prendere le risorse dove in questi anni si sono realizzati ampi margini, bisogna ammetterlo, no? Dopo anni di incentivi alle rinnovabili, farsi carico di chi rischia di chiudere non è sbagliato. Se il sistema non diventa condiviso, a pagare sarà solo l’industria. L’obiettivo ora è ritrovare un punto comune: non “punire” qualcuno, bensì riequilibrare il sistema, perché anche i produttori di energia sono una risorsa nazionale. Problema: se il Pun scende, rispetto ad esempio alla Germania, c’è un rischio di export eccessivo che provocherebbe una carenza di energia in Italia. Parliamone. Confindustria ha mediato tra le diverse esigenze con un documento che abbiamo mandato a Palazzo Chigi. Quel metodo rimane una stella polare da seguire”.
A livello europeo si aprirà una vera battaglia?
“La revisione del sistema Ets è attesa nel terzo trimestre 2026 e sarà una partita difficile. Ma dopo vent’anni bisogna chiedersi: cosa ha dato e cosa ha tolto, quante industrie hanno chiuso, quanti posti di lavoro sono andati persi”.
Così si colpisce il settore delle rinnovabili però, non crede?
“Da sole non bastano, il gas resta ineludibile per ancora molto tempo. E servono tecnologie per catturare la CO2 per permettere una produzione più sostenibile per le centrali termoelettriche. Dobbiamo essere realisti: dopo circa 200 miliardi di incentivi, il prezzo dell’elettricità non è sceso. Le rinnovabili non possono vivere per sempre di sussidi”.
Pensiero condiviso tra chi fa acciaio?
“Sì”.
In Confindustria, però, non tutti la pensano allo stesso modo...
“C’è un conflitto potenziale tra produttori di energia e consumatori: negarlo sarebbe irreale. Ma la mediazione, anche grazie al lavoro di Aurelio Regina, serve proprio a trovare un equilibrio praticabile”.