✕

Se il “buy European” si allarga alla finanza e agli investimenti

New York Stock Exchange (NYSE) (TIMOTHY A. CLARY / AFP)

 

Ascolta l'audio

Il gruppo francese del risparmio Amundi promuove una diversificazione “fuori dagli asset Usa” ma liberarsi del “superdollaro” e dei titoli a stelle e strisce è insidioso
2 minuti di lettura

Il buy European industriale promosso dal presidente francese Emmanuel Macron si estende alla finanza e agli investimenti, incrociando diversi “cantieri aperti”: dall’euro digitale e dal rafforzamento della valuta alla mobilitazione dei risparmi, senza tralasciare gli Eurobond e l’integrazione dei mercati dei capitali. Così, nell’analisi di febbraio, il colosso francese del risparmio gestito Amundi apre a una «diversificazione degli investimenti fuori dagli asset Usa» con la «ricerca dell’autonomia strategica da parte dell’Europa».

Un futuro costellato di rischi sugli Stati Uniti

Una strategia basata sull’analisi della situazione oltreoceano: «Il futuro è costellato di rischi legati all’indipendenza della Fed, alle politiche interne di Trump e alle sue dichiarazioni di voler rimettere in discussione le alleanze tradizionali. Un’eventuale sfida all’indipendenza della Fed potrebbe portare a un disancoraggio delle aspettative d’inflazione: non è il nostro scenario di base, ma i rischi st…

Il buy European industriale promosso dal presidente francese Emmanuel Macron si estende alla finanza e agli investimenti, incrociando diversi “cantieri aperti”: dall’euro digitale e dal rafforzamento della valuta alla mobilitazione dei risparmi, senza tralasciare gli Eurobond e l’integrazione dei mercati dei capitali. Così, nell’analisi di febbraio, il colosso francese del risparmio gestito Amundi apre a una «diversificazione degli investimenti fuori dagli asset Usa» con la «ricerca dell’autonomia strategica da parte dell’Europa».

Un futuro costellato di rischi sugli Stati Uniti

Una strategia basata sull’analisi della situazione oltreoceano: «Il futuro è costellato di rischi legati all’indipendenza della Fed, alle politiche interne di Trump e alle sue dichiarazioni di voler rimettere in discussione le alleanze tradizionali. Un’eventuale sfida all’indipendenza della Fed potrebbe portare a un disancoraggio delle aspettative d’inflazione: non è il nostro scenario di base, ma i rischi stanno aumentando».

Anche Irene Tinagli, europarlamentare del Pd, osserva come «il quadro in Usa sia complicato da politiche di Trump spesso imprevedibili e spregiudicate, e anche le prossime mosse della Fed sono avvolte nell’incertezza. Ben venga quindi un percorso europeo, basato su raccomandazioni e incentivi, come quelli previsti dal Ventottesimo regime, per favorire gli asset europei, senza per forza imporre un rigido buy European». Tinagli fa notare che «i mercati finanziari sono globali per natura: se nell’industria si possono prevedere regole specifiche, per esempio sugli appalti, negli investimenti e nei flussi di capitali è molto più complicato, e a volte controproducente, inserire norme troppo restrittive. D’altronde potrebbe anche non essercene bisogno: gli investimenti in attività europee potrebbero essere percepiti già oggi come più stabili rispetto a quelli in asset statunitensi».

Indici europei e statunitensi a confronto nell’ultimo anno

Anche altre case d’investimento, oltre ad Amundi, privilegiano oggi le attività europee. «Confermiamo - scrive nella nota di febbraio Filippo Di Naro, direttore investimenti di Anima Sgr - la preferenza per i governativi core dell’area euro rispetto ai Treasury, per una combinazione di fattori macroeconomici, geopolitici e valutativi che delineano un profilo meno rischioso, più che un contesto di reali opportunità».

In questo momento, Francesco Sandrini, cio di Amundi Sgr, segnala poi una tendenza degli investitori a spostarsi «verso aree in cui i settori ciclici sono più rappresentati rispetto ai mercati core americani come lo S&P 500. Giappone e Europa, tradizionalmente indici ciclici, intercettano flussi globali interessanti sui temi meno legati all’intelligenza artificiale e alla tecnologia. Inoltre, da alcune settimane, anche gli investitori più a leva come gli hedge fund tendono a preferire temi e settori meno legati, almeno apparentemente, agli impatti negativi dovuti alla rapida adozione dell’IA. Ne beneficia l’Europa, al netto di settori come software e assicurazioni». Detto ciò, aggiunge Sandrini, «il tema geopolitico per l’Ue verrà probabilmente amplificato a livello regolamentare, come stiamo già osservando. Il tessuto delle small e mid cap europee è vitale per l’economia ma fortemente sottocapitalizzato dopo anni di dominanza di temi centrati su grandi società americane. Data l’importanza del segmento europeo di società a piccola e media capitalizzazione, che occupa quasi il 50% dei lavoratori privati, ci attendiamo misure ancillari all’Unione del risparmio e degli investimenti, in grado di favorire liquidità e crescita».

Un’Ue più forte favorisce le attività domestiche

In generale, un’Ue più forte e più unita a livello finanziario dovrebbe favorire le obbligazioni e le azioni domestiche. In caso di emissioni di Eurobond, per Joseph Gulino, managing partner dello studio legale con base negli Stati Uniti Drrt, «i grandi investitori avrebbero più opzioni di acquisto di debito comune denominato in euro e probabilmente rivedrebbero i loro portafogli e profili di rischio di conseguenza, considerando anche le attuali incertezze sul dollaro e sui dazi. Se poi si dovessero diffondere preoccupazioni sulla politica Usa e sulla stabilità economica, gli investitori potrebbero diversificare verso i titoli Ue anziché in Treasury Usa. Non sto dicendo che diventerà un grande trend globale ma potrebbero esserci dei ribilanciamenti di portafoglio».

Mettere in discussione il dominio degli Stati Uniti, anche in finanza, potrebbe rivelarsi quanto mai insidioso. La vendita di Treasury come arma geopolitica, ha messo in guardia di recente il numero uno di Ubs Sergio Ermotti, «è una scommessa pericolosa». Mentre, nell’ultimo bollettino sui bond, Jp Morgan asset management rileva come «gli scarsi riscontri di un abbandono significativo dei mercati dei Treasury indichino quanto questi siano ancora uno strumento di copertura, in particolare contro il rischio azionario”. La fine dell’era del dollaro e degli asset in dollari è, insomma, di là da venire, almeno per ora.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi i commenti