Sul mercato elettrico la scossa può attendere
di Filippo SantelliChi ci perde, almeno al momento, sembra chiaro. Basta guardare i rossi fatti segnare in Borsa negli ultimi giorni delle varie Enel, A2a o Edison. Pagano le aziende energetiche, che di sicuro verseranno per due anni due punti in più di Irap e forse - se Bruxelles non avrà nulla da obiettare - vedranno anche abbassarsi il prezzo a cui vendono l’elettricità, quindi margini e utili.
A guadagnarci, di riflesso, dovrebbe essere chi l’energia la compra e la consuma, cioè famiglie e imprese. Da questo punto di vista però i conti del decreto Bollette approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri sono assai più incerti ed aleatori. La riduzione delle bollette tra i 3 e i 5 miliardi di euro di cui parla il governo non è per il momento sostanzi…
Chi ci perde, almeno al momento, sembra chiaro. Basta guardare i rossi fatti segnare in Borsa negli ultimi giorni delle varie Enel, A2a o Edison. Pagano le aziende energetiche, che di sicuro verseranno per due anni due punti in più di Irap e forse - se Bruxelles non avrà nulla da obiettare - vedranno anche abbassarsi il prezzo a cui vendono l’elettricità, quindi margini e utili.
A guadagnarci, di riflesso, dovrebbe essere chi l’energia la compra e la consuma, cioè famiglie e imprese. Da questo punto di vista però i conti del decreto Bollette approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri sono assai più incerti ed aleatori. La riduzione delle bollette tra i 3 e i 5 miliardi di euro di cui parla il governo non è per il momento sostanziata da una relazione tecnica. E in una sfilza di misure complesse, quelle di maggiore impatto richiedono un’autorizzazione europea tutt’altro che scontata, per entrare eventualmente in vigore solo dal 2027.
I pochi punti chiari
Non è facile fare ordine in questa tecnicissima e strategica materia, su cui interessi e narrative di parte si combattono con furore. Il primo punto fermo è che dopo mesi di annunci e rinvii, un dossier rimpallato tra ministero dell’Ambiente e dell’Economia e infine accentrato a Palazzo Chigi, alla fine il decreto Bollette è arrivato. Il secondo è che le risorse a disposizione sono scarse e quindi, per ottenere l’impatto promesso dalla premer Meloni, ci si affida soprattutto al ribilanciamento di un mercato su cui negli anni si sono sedimentate varie storture: l’energia prodotta dal gas, cioè la più cara, che continua a “fare il prezzo”, gonfiando anche quello dell’energia rinnovabile, assai più economica; le ampie rendite che ne derivano per i produttori; i prezzi alti per i consumatori, mazzata per le famiglie e grande svantaggio competitivo del made in Italy rispetto ad Europa e resto del mondo. Così si spiega l’apprezzamento espresso dal presidente degli industriali Emanuele Orsini, secondo cui il decreto «inizia a delineare una visione più ampia e strutturale di politica industriale».
Prezzi dell’elettricità per famiglie e aziende
Il nodo della norma e la sua applicazione
Il nodo però, cuore del dibattito che continuerà ad accompagnare la conversione e l’applicazione della norma, è come il governo cerca di ottenere questo riequilibrio. Partiamo dalle misure più sicure, ma anche temporanee. La prima è un nuovo bonus da 115 euro per 2,7 milioni di famiglie indigenti, che nel 2026 si sommerà al bonus sociale che già ricevono. La seconda è uno sconto degli oneri di sistema che le industrie gasivore - come ceramica, carta e cemento - pagano in bolletta, finanziato vendendo parte delle riserve di metano accumulate durante la crisi.
La terza è uno sconto sugli oneri legati ai vecchi incentivi per le rinnovabili che appesantiscono la bolletta elettrica di 4 milioni di imprese piccole, medie o grandi (escluse le energivore, che hanno specifici sostegni). Come si finanzia questo sconto? L’idea iniziale era convincere le stesse rinnovabili a dilazionare e ridurre volontariamente i sussidi che ricevono, ma considerato che l’adesione potrebbe essere scarsa nel testo definitivo è spuntato un extra prelievo Irap di due punti su tutte le aziende energetiche. La novità vale circa un miliardo per due anni. Ed è un colpo politico oltre che economico, considerato che i big del settore hanno messo in campo tutto il loro peso per opporsi alle parti sgradite del decreto.
Una in particolare, la più strutturale: quella che sterilizza alcuni dei costi pagati dalle centrali a gas per abbassare “a cascata” il prezzo all’ingrosso di tutta l’energia, anche quella prodotta da altre fonti. Di che costi parliamo? In primo luogo l’extra prezzo del metano sulla borsa italiana rispetto a quella europea, circa 2-3 euro al Megawattora che diventano il doppio per l’elettricità. Ma soprattutto il costo delle emissioni di anidride carbonica, circa 20 euro al Megawattora su un prezzo dell’elettricità che oggi si aggira sui 120.
Gli effetti reali
Quale sarebbe l’effetto? Con la riduzione del prezzo all’ingrosso, chi produce energia rinnovabile, solare e soprattutto idro, vedrebbe restringersi i (generosi) margini con cui oggi può immetterla mercato. Mentre lo sconto “netto” per famiglie e imprese sarebbe significativo ma più contenuto, più vicino ai 10 euro al Megawattora, considerato che il costo degli Ets verrebbe spostato “a valle”, cioè con una nuova componente fiscale (l’ennesima) nelle loro bollette.
Non si tratta, nonostante quello che dice Meloni, del famoso “disaccoppiamento”, cioè la progressiva auspicata separazione dell’energia rinnovabile da quella prodotta con il gas, che d’altra parte è difficile da realizzare per un singolo Paese. Sembra più una partita di giro, con cui l’Italia prova a correggere una deformazione provocata sul suo mercato dal meccanismo europeo dei certificati di emissione, che ora vari Paesi chiedono di rivedere. L’incognita è se questa forzatura otterrà il via libera da Bruxelles, sia alla luce delle normative ambientali che di quelle sugli aiuti di Stato. Il governo pensa di avere margini per negoziare, anche considerato che la Germania ha stanziato diversi miliardi per mettere un tetto a 50 euro al Megawattora al costo dell’elettricità per le aziende energivore, fino al 2028. Dire di no a Roma potrebbe essere più difficile per la Commissione, se - come sembra - è pronta a dire sì a Berlino.
In ogni caso la definizione tecnica della norma e il negoziato prenderanno tempo: fino al 2027 resterà in bilico. E mesi serviranno anche per la progressiva attuazione delle altre misure. Tutto questo spiega perché il decreto sia stato accolto con grande cautela anche dal mondo delle imprese, che in teoria dovrebbe esserne i principali beneficiari. Il decreto ora c’è. Ma senza certezze e dettagli tecnici, in attesa di regolamenti e specifiche, i 5 miliardi di risparmi complessivi assicurati da Meloni, fino a decine di miglia di euro per una piccola azienda, ma anche i più prudenti 3 del ministro Pichetto Fratin sono numeri che fluttuano nell’aria.