Tra India e Cina, paga Baranzate
Un crollo fragoroso in Borsa, -59% lunedì scorso, a causa di un’Opa svanita. Potrebbe essere una storia di finanza e di industria come tante quella della EuroGroup Laminations, azienda di Baranzate, prima cintura milanese. E invece, se si gratta dietro la cronaca, diventa il racconto di come la nuova fase di globalizzazione in retromarcia possa ribaltare equilibri costruiti in anni. La società è controllata storicamente da Ems, la holding delle famiglie fondatrici Iori, Garibaldi, Bacchin, Zannetti e Corrada. È Ems che accompagna la crescita, apre il capitale al fondo francese Tikehau e porta l’azienda in Borsa nel 2023, quando il titolo viene collocato a un euforico valore di 5,5 euro e la capitalizzazione sfiora il miliardo.
EuroGroup leader
EuroGroup Laminations è un leader mondiale negli statori e rotori per motori elettrici: oltre 400 mila tonnellate di acciaio trasformate ogni anno, clienti che vanno dai grandi gruppi dell’auto europea e americana ai colossi dell’automazione. …
Un crollo fragoroso in Borsa, -59% lunedì scorso, a causa di un’Opa svanita. Potrebbe essere una storia di finanza e di industria come tante quella della EuroGroup Laminations, azienda di Baranzate, prima cintura milanese. E invece, se si gratta dietro la cronaca, diventa il racconto di come la nuova fase di globalizzazione in retromarcia possa ribaltare equilibri costruiti in anni. La società è controllata storicamente da Ems, la holding delle famiglie fondatrici Iori, Garibaldi, Bacchin, Zannetti e Corrada. È Ems che accompagna la crescita, apre il capitale al fondo francese Tikehau e porta l’azienda in Borsa nel 2023, quando il titolo viene collocato a un euforico valore di 5,5 euro e la capitalizzazione sfiora il miliardo.
EuroGroup leader
EuroGroup Laminations è un leader mondiale negli statori e rotori per motori elettrici: oltre 400 mila tonnellate di acciaio trasformate ogni anno, clienti che vanno dai grandi gruppi dell’auto europea e americana ai colossi dell’automazione. Negli anni il management ha fatto i compiti a casa creando una classica multinazionale tascabile: dodici stabilimenti nel mondo, 2.800 dipendenti, un portafoglio ordini nell’e-mobility. Ma proprio lo stretto legame con questo settore ha inevitabilmente rallentato ordini e profittabilità negli ultimi due anni, mentre la febbre dell’elettrico si raffreddava e quella dei dazi invece saliva. Lo scorso luglio, con il titolo che vale 2,3 euro - ben meno della metà del collocamento - Ems cede il 45,7% del capitale a Ferrum Investment, veicolo riconducibile a FountainVest. Ed è qui che la partita cambia scala. FountainVest è infatti una società di private equity con sede a Hong Kong, fondata e guidata da manager cinesi e con una base di investitori prevalentemente asiatica. È un operatore globale, con partecipazioni in Europa e Usa, ma il suo controllo e la sua governance fanno capo a professionisti cinesi. Un elemento che in condizioni normali rientrerebbe nella fisiologia dei mercati finanziari. Non oggi.
Il passaggio di controllo - Ferrum annuncia un’Opa totalitaria a 3,85 euro per azione e il successivo delisting - fa schizzare il titolo che si allinea ai valori dell’offerta ma fa anche partire le procedure di autorizzazione degli investimenti esteri dei paesi coinvolti. In Italia la procedura golden power va liscia, ma l’ostacolo che aspetta l’operazione sta in India e si chiama Kamar. È una piccola società simile di cui EuroGroup ha comprato il 40% nel 2024 per circa 20 milioni di euro e che oggi contribuisce per circa il 6% al fatturato del gruppo. Una scommessa sull’elettrificazione di un mercato immenso come quello indiano. Ma è proprio questa proiezione internazionale che diventa un ostacolo.
Dal 2020, l’India ha introdotto restrizioni stringenti sugli investimenti provenienti dalla Cina nei settori ritenuti sensibili. E la filiera dell’elettrificazione – motori, componenti, tecnologia industriale – rientra pienamente in quell’area grigia tra industria e sicurezza economica. No dell’autorità indiana sugli investimenti esteri, scioglimento consensuale del contratto di vendita da Ems a Ferrum e per l’appunto - una settimana fa - crollo in Borsa. L’operazione che avrebbe dovuto portare al delisting e a una nuova fase di crescita sotto l’ombrello di un fondo internazionale si scontra con il filtro politico.
Il passaporto dell’azionista di controllo
Il paradosso è evidente. EuroGroup è cresciuta perché ha saputo essere globale: clienti in 37 Paesi, stabilimenti distribuiti, capacità di produrre vicino ai mercati finali. Ma nel mondo frammentato di oggi la provenienza del capitale rischia di contare quanto la qualità del prodotto e l’accesso ai mercati - il caso Pirelli insegna - può dipendere dal passaporto dell’azionista di controllo.