ROMA – Dopo Glovo, Deliveroo. E chissà quanti altri casi di sfruttamento esistono in Italia, ancora da scoprire. Nella più totale ignavia del governo che, accusano sindacati e opposizioni, non fa nulla per disciplinare il lavoro sulle piattaforme digitali, «un’area grigia» dove tutto è consentito, i diritti spesso negati.
A documentarlo è l’ultima indagine della procura milanese che, attacca Maurizio Landini, «conferma un sistema di caporalato che noi denunciamo da anni». Senza aver mai trovato a Palazzo Chigi un orecchio disposto ad ascoltare le proposte per contrastarlo, avanzate sia in Parlamento sia nei tavoli di confronto con l’esecutivo. «Va garantito a questi lavoratori un salario dignitoso e un orario pieno», ribadisce il segretario della Cigl, «attraverso l’applicazione di un contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative e, laddove sussistano condizioni di lavoro autonomo, parità di tutele, retribuzione e diritti sindacali». Una «n…
ROMA – Dopo Glovo, Deliveroo. E chissà quanti altri casi di sfruttamento esistono in Italia, ancora da scoprire. Nella più totale ignavia del governo che, accusano sindacati e opposizioni, non fa nulla per disciplinare il lavoro sulle piattaforme digitali, «un’area grigia» dove tutto è consentito, i diritti spesso negati.
A documentarlo è l’ultima indagine della procura milanese che, attacca Maurizio Landini, «conferma un sistema di caporalato che noi denunciamo da anni». Senza aver mai trovato a Palazzo Chigi un orecchio disposto ad ascoltare le proposte per contrastarlo, avanzate sia in Parlamento sia nei tavoli di confronto con l’esecutivo. «Va garantito a questi lavoratori un salario dignitoso e un orario pieno», ribadisce il segretario della Cigl, «attraverso l’applicazione di un contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative e, laddove sussistano condizioni di lavoro autonomo, parità di tutele, retribuzione e diritti sindacali». Una «necessità non più rinviabile» riconosciuta pure dalla Cisl, il sindacato più vicino all’attuale maggioranza, che chiede più tutele per i rider, a prescindere dalla qualificazione contrattuale. Il punto è cruciale: la distinzione tra autonomi e subordinati non può tradursi «in un vuoto di diritti». Serve dunque «un quadro regolatorio capace di coniugare innovazione e dignità del lavoro, contrastando dumping e precarietà».
È però sul piano parlamentare che la vicenda diventa terreno di scontro. Nicola Fratoianni parla apertamente di «schiavitù» e accusa il governo di non voler mettere mano allo sfruttamento. Secondo il leader di Avs, ancora una volta tocca alla magistratura intervenire là dove la politica resta immobile. Sulla stessa linea Pasquale Tridico, che da Bruxelles chiede di recepire la direttiva europea varata nell’ottobre ‘24: per il M5S presunzione di subordinazione, obblighi per le piattaforme e trasparenza sono strumenti indispensabili per fermare un abuso definito «sistemico». In cui «le paghe da fame, intorno ai 4 euro l’ora, con turni di dodici ore al giorno e un algoritmo che organizza tempi e reddito» sono la normalità, s’indigna il verde Angelo Bonelli, contro l’esecutivo che «continua a dire no al salario minimo». Anche per la segretaria del Pd, Elly Schlein, «la politica non può stare a guardare. Chiedo di nuovo al governo di approvare una legge sul salario minimo, perché sotto i 9 euro all’ora è sfruttamento». Proposto da tutto il centrosinistra ma avviato dal centrodestra su un binario morto, va approvato subito — incalza Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd — insieme a «tutele previdenziali, assicurative e maggiori controlli contro il caporalato digitale». L’unica strada per provare a correggere «un modello che scarica il rischio d’impresa sui lavoratori, formalmente autonomi ma sostanzialmente eterodiretti».
Lo ripetono anche i deputati dem Chiara Gribaudo e Marco Sarracino durante il question time alla Camera della ministra Calderone: «Il governo non ha varato una sola legge per combattere il precariato e le diseguaglianze nel lavoro». Dietro i numeri record dell’occupazione, sostengono, si nascondono part-time involontari e contratti privi di garanzie. A riprova che la piaga dello sfruttamento non colpisce soltanto i rider. È un problema più ampio. Che comunque non tocca ai giudici risolvere. Spetta alla politica colmare le lacune normative. Perché la transizione tecnologica impone una scelta: lasciare che siano gli algoritmi a dettare le condizioni o stabilire le regole di convivenza fra innovazione e diritti. Anche quando passa per un’App, infatti, la dignità del lavoro resta un principio costituzionale, non un’opzione.