Il vicolo cieco dei fattorini: “L’algoritmo guarda tutto e se ti fermi vieni punito”
di Filippo SantelliROMA – Lo chiamano lavoro autonomo quello di Zulqarnain Haider, 34 anni, una figlia appena nata in Pakistan, rider per Glovo e Deliveroo a Firenze. Lo chiamano autonomo, ma funziona al contrario. Ogni giorno, dal lunedì alla domenica, Zulqarnian si presenta alle 11 con la sua bici elettrica davanti al McDonald’s di Via Cavour, accende le due app della consegna a domicilio e aspetta con una folla di colleghi il primo ordine. Le spegne tra le 23 e mezzanotte, con una breve pausa a inizio pomeriggio. «Mi servono almeno dieci ore per fare la giornata - spiega -, per portare a casa 60-65 euro». Solo così a 2 euro e 50 per consegna, tra giorni vuoti da dieci ordini e giorni pieni da venti, almeno 150 chilometri al dì e oltre 3 mila al mese, riesce ad arrivare a 1.800 euro lordi, che tolte tasse e spese di manutenzione della bici - sperando non ci siano malattie, incidenti o altri imprevisti - diventano i 1.300 necessari a sopravvivere.
ROMA – Lo chiamano lavoro autonomo quello di Zulqarnain Haider, 34 anni, una figlia appena nata in Pakistan, rider per Glovo e Deliveroo a Firenze. Lo chiamano autonomo, ma funziona al contrario. Ogni giorno, dal lunedì alla domenica, Zulqarnian si presenta alle 11 con la sua bici elettrica davanti al McDonald’s di Via Cavour, accende le due app della consegna a domicilio e aspetta con una folla di colleghi il primo ordine. Le spegne tra le 23 e mezzanotte, con una breve pausa a inizio pomeriggio. «Mi servono almeno dieci ore per fare la giornata - spiega -, per portare a casa 60-65 euro». Solo così a 2 euro e 50 per consegna, tra giorni vuoti da dieci ordini e giorni pieni da venti, almeno 150 chilometri al dì e oltre 3 mila al mese, riesce ad arrivare a 1.800 euro lordi, che tolte tasse e spese di manutenzione della bici - sperando non ci siano malattie, incidenti o altri imprevisti - diventano i 1.300 necessari a sopravvivere.
«Lavoro sempre sennò “non ce la fo’” - dice in un buon italiano imparato in riva all’Arno - solo di affitto per un monolocale pago 600 euro, poche volte riesco a mandare qualcosa alla famiglia». Alcuni dei suoi colleghi arrivano a 15-16 ore, spegnendo una delle due app mentre fanno una consegna con l’altra, e allungando così il limite delle nove ore. «Ma io di più non posso, sia fisicamente che mentalmente. Già così mi sento male, lavoro ogni giorno, con il sole e la pioggia».
Vita da rider
Vita da rider. Vita che Haider non ha scelto, ma in cui come tanti pakistani, la nazionalità straniera più diffusa tra i (moto)ciclofattorini d’Italia, si è ritrovato per necessità. «Sono qui dal 2017, ho lavorato per due anni come commesso in negozi e supermercati, ma dopo qualche proroga nessuno ti fa un contratto fisso. Scusa, possiamo parlare dopo che ho una consegna?». Già. Non è solo il fatto che devi lavorare sempre, e che vieni pagato a cottimo. A rendere diversamente autonomo il lavoro dei rider è anche il fatto che quanto riesci a lavorare, e quanto vieni pagato, lo decidono oscuri e insindacabili automatismi. «L’algoritmo guarda tutto», spiega Haider riprendendo il filo dopo aver consegnato le pizze, e non è generoso con chi rifiuta le sue chiamate. «Io preferisco le corse più vicine, anche se sono pagate al minimo. Se ne arriva una dal centro a Careggi prendi 4 euro e mezzo ma è lontanissimo, ci vogliono 40 minuti. Solo che se dici no poi ti fanno aspettare mezz’ora per avere un altro ordine. Autonomia? Questo è solo precariato. Con un contratto regolare da dipendenti avremo dei diritti: lavorare 40 ore a settimana e poter stare a casa quando si sta male».
Chi si sente autonomo
Non è che tutti la vivano e la pensino allo stesso modo, nel variegato mondo dei circa 30 mila rider del Paese. Dice Marco Tedesco, 33 anni, di Palermo che lui «lavorando così si sente autonomo per davvero, perché posso scollegarmi senza dover avvertire nessuno». Sarà che almeno un giorno di riposo a settimana, di solito il lunedì o il martedì perché nel weekend si lavora di più, lui se lo può permettere. Resta comunque un bel lavorare: dalle 12 alle 16, poi dalle 17 fino allo scadere delle nove ore. Ma con il suo motorino e tra le 25 e le 30 consegne al giorno su Glovo - che a Palermo domina il mercato - riesce ad arrivare a 1.400, 1.500 euro al mese «fritti e mangiati». Sarebbe a dire che nel capoluogo della Sicilia - insieme al piccolo stipendio della moglie, addetta alle pulizie - bastano per un affitto e per mantenere tre figli.
“Comandano sempre loro”
«Certo, comandano sempre loro», dice Tedesco, cognome di fantasia. Come funzioni davvero l’algoritmo nessuno dei rider lo sa, «una volta pensi ok, quella dopo che ti sta fregando». Parte del lavoro è «non metterselo contro», che significa magari staccare un solo giorno anziché due, anche quando se ne avrebbe bisogno. Tedesco però ha provato per un periodo a fare il rider dipendente con JustEat, l’unica azienda in Italia che assume i fattorini, e con l’impiego minimo da 15 ore settimanali che gli avevano offerto non arrivava a fine mese. «Per me il vero problema è che il nostro contratto da autonomi è scaduto, la cifra per una consegna base è la stessa da sei anni, 2 euro e 70, ma nel frattempo tutto costa di più: un panino, la benzina, la manutenzione del motorino, le sigarette. Qualche tempo fa abbiamo fatto una settimana di sciopero, sette giorni senza paga, Glovo ha aumentato i moltiplicatori del 7%, Poi ce li ha riabbassati. A me il lavoro piace ma il sogno sarebbe racimolare qualche soldo in più, e non sono ottimista».
Senza alternative
Tedesco non aveva scelta quando nel maggio del 2022 ha deciso di aprire la Partita Iva e di scaricare l’app, dopo che il negozio di famiglia è fallito. E sente di non averla neppure ora, perché trovare un lavoro in regola a Palermo non è facile, e «anche chi ti prende in nero alla fine chiede 12 ore al giorno per sei giorni, senza offrire quello che guadagno da rider. Io ho avuto problemi in passato, ho fatto due anni di carcere, e non voglio tornare a fare cose brutte. Come me ce ne sono tanti. Sì, ci sfruttano un po’, ma che alternative abbiamo?».