WASHINGTON – La pace viene con il lavoro, la prosperità». Il presidente della Banca mondiale Ajay Banga porta questo messaggio a Roma, dove sarà mercoledì per la riunione del Council on jobs. Presentando la missione in questa intervista esclusiva con Repubblica, aggiunge tre avvertimenti per favorire la stabilità mondiale: primo, 1,2 miliardi di giovani si affacciano sul mercato del lavoro, se non lo troveranno, le conseguenze saranno imprevedibili; secondo, Europa e Italia hanno bisogno di immigrazione, la Banca è pronta ad aiutare il Piano Mattei affinché sia regolata e funzionale; terzo, i dazi non bastano a risolvere i problemi della globalizzazione.
Perché porta a Roma il Council on jobs?
«La Banca mondiale sta spostando la sua missione verso …
WASHINGTON – La pace viene con il lavoro, la prosperità». Il presidente della Banca mondiale Ajay Banga porta questo messaggio a Roma, dove sarà mercoledì per la riunione del Council on jobs. Presentando la missione in questa intervista esclusiva con Repubblica, aggiunge tre avvertimenti per favorire la stabilità mondiale: primo, 1,2 miliardi di giovani si affacciano sul mercato del lavoro, se non lo troveranno, le conseguenze saranno imprevedibili; secondo, Europa e Italia hanno bisogno di immigrazione, la Banca è pronta ad aiutare il Piano Mattei affinché sia regolata e funzionale; terzo, i dazi non bastano a risolvere i problemi della globalizzazione.
Perché porta a Roma il Council on jobs?
«La Banca mondiale sta spostando la sua missione verso la creazione di opportunità per i giovani. Non solo posti, ma speranza, dignità, guadagnare facendo cose utili. Il motivo è che ci sono 1,2 miliardi di giovani nei mercati emergenti, che raggiungeranno l’età lavorativa nei prossimi 12-15 anni: questi mercati, però, creeranno solo 400 milioni di posti. Bisogna colmare il divario. Ne trarrebbero beneficio le aziende, ma anche la sfida delle migrazioni irregolari. Se vuoi risolvere il problema devi affrontarlo all’origine, non dopo. L’Italia è molto interessata al tema col Piano Mattei, perciò è il luogo giusto per la prima riunione del Council on jobs fuori da Washington».
Cosa può fare il settore pubblico?
«Il 90% dei posti di lavoro viene creato dal privato, ma il pubblico deve aiutarlo creando le condizioni. Abbiamo indicato tre pilastri: infrastrutture, tanto il capitale fisico, quanto quello umano; norme; capitale. La Banca può aiutare in tutti questi campi».
Quali risultati si aspetta a Roma?
«Abbiamo individuato cinque settori in cui riteniamo che esistano le maggiori opportunità per i mercati emergenti: infrastrutture, piccoli agricoltori, assistenza sanitaria primaria, turismo e minerali. Si sovrappongono bene alle priorità italiane nel Piano Mattei. Ci concentreremo sulle riforme normative per aiutarle, ma anche su aspetti pratici come l’energia. Ci siamo impegnati a connettere all’elettricità 300 milioni di persone in Africa entro il 2030: non solo una lampadina, ma usi produttivi».
Cosa vi aspettate?
«Diventare più efficaci e mobilitare più finanziamenti. Già lavoriamo insieme sul Corridoio di Lobito, ma ce ne sono altri. Poi l’abilitazione. Nel Nordafrica, da dove l’Italia riceve i migranti, la Banca finanzia istituti per la formazione. Puntiamo a istruire i migranti e dare loro una certificazione, affinché abbiano le competenze necessarie per ottenere un permesso di lavoro e entrare regolarmente nel paese diventando parte produttiva della società italiana».
Creare lavoro sul posto disincentiva l’immigrazione?
«Certo. Non solo per il lavoro, anche speranze e aspirazioni. La pace viene con il lavoro, la prosperità. Nessuno emigra in modo irregolare perché è facile, ma perché la vita è troppo dura da dove viene. La premier Meloni capisce che bisogna aiutarli a restare dove sono, o che devono arrivare con le competenze giuste, se vogliono venire. L’Europa ha bisogno della migrazione a causa del profilo demografico, ma controllata e per il lavoro utile. Non diciamo di non migrare, nessuno lo dice in Europa, ma di trovare persone con le competenze giuste, per diventare parte produttiva della società. Poi l’Europa dovrebbe investire in quei paesi per aiutare le persone a restare là».
Chiede anche la mobilitazione del privato?
«Non solo le grandi aziende, ma soprattutto le Pmi, che hanno bisogno di un quadro normativo favorevole e di finanziamenti».
Non vorrebbe anche gli investimenti delle grandi aziende?
«Assolutamente. Voglio l’Eni. Ho incontrato il ceo Descalzi, che sarà a Roma. Fa cose davvero interessanti in Mozambico, ma anche in Algeria e Tunisia con l’agricoltura, ricreando la produttività in aree desertiche. La Banca può aiutare offrendo capitale a costi più bassi e riducendo il rischio. Quando parli col privato, dice che il principale ostacolo per investire in un paese sono ambiente e regole imprevedibili».
La globalizzazione ha ridotto la povertà ma ora è sotto attacco, anche per i dazi Usa. Mettono a rischio gli obiettivi?
«Le cinque aree di cui abbiamo parlato dipendono relativamente meno dal commercio. Nella forma attuale il commercio è imprevedibile, però c’è anche un altro aspetto: molti scambi stanno diventando regionali e bilaterali, ciò deve aumentare».
Il rappresentante Usa per il Commercio Greer ci ha detto che l’obiettivo di Trump è “aiutare le vittime dell’iperglobalizzazione”.
«La vecchia globalizzazione, dove si prende la manifattura dal mondo sviluppato e si sposta nel mondo in via di sviluppo per i costi, ha creato sfide per chi è rimasto indietro nel mondo sviluppato, con opportunità insufficienti per la sua crescita. Ma queste sfide non derivavano solo dal commercio. Vengono anche da tecnologia e automazione, che non hanno nulla a che fare col commercio. Non credo che i dazi da soli possano risolvere questo. Sono un modo per creare la necessità che la manifattura rimanga sul posto e i paesi li usano da sempre. Ma non sono l’unica cosa. È più importante pensare all’opportunità di ciò che si potrebbe fare a livello nazionale. Se credi che aprire il tuo mercato ti aiuti a farlo crescere, allora dovrebbe funzionare in entrambi i sensi».
Il multilateralismo ha un futuro?
«È ancora vivo. Nell’ultimo anno e mezzo la Banca ha raccolto una somma record per l’Ida, fondo destinato ai paesi più poveri. I governi sono cambiati ovunque eppure i fondi sono aumentati. Ciò dimostra che il multilateralismo ha un ruolo da svolgere. Ora è nostra responsabilità dimostrare ai donatori che siamo utili».
Lei è nel Board of Peace, con quali obiettivi?
«Ho 66 anni e sento che per la prima volta a Gaza ci sia la possibilità di voltare pagina, affinché il popolo abbia una possibilità. Non so come si evolverà. La prima condizione è che Hamas disarmi e questo non è il mio lavoro. La risoluzione dell’Onu che ha approvato il Board ci ha incaricati di collaborare per raccogliere i finanziamenti e abbiamo istituito un fondo. È operativo su quattro settori: ricostruzione delle infrastrutture urbane; capitale umano; rilancio dei servizi finanziari per le piccole imprese; riconnettere Gaza fisicamente e digitalmente ai vicini, Israele, Egitto, Giordania, i paesi del Golfo. Speriamo di essere utili a ricostruire la speranza».